Non (solo) incentivi ma risposte di sistema

Francesco Seghezzi, Michele Tiraboschi*


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Il lavoro è da tempo al centro del dibattito pubblico. In questa stagione forse ancora più di altre del recente passato, ma comunque sempre da una angolazione parziale: ora un insieme di freddi dati statistici, ora un susseguirsi di storie e di casistiche di chi un lavoro non lo ha, o di chi ha un lavoro che non corrisponde ai suoi talenti e ai suoi bisogni materiali, e altro ancora. Manca una visione d’insieme, che contestualizzi indicatori economici e dibattiti sterili sulle norme e gli incentivi dentro la vita quotidiana delle tante persone ancora faticano a trovare un lavoro o una occupazione decente. Ai dati Istat dei giorni scorsi si aggiungono quelli su Garanzia giovani diffusi dall’ultimo report Anpal e il tutto si inserisce nella discussione in corso sulla Legge di Bilancio. Ma soprattutto ciò che preoccupa di più le famiglie, le imprese e coloro che si affacciano sul mercato del lavoro sono le grandi trasformazioni che siamo già chiamati ad affrontare. Trasformazioni che se inquadrate con concetti vecchi non offrono opportunità ma creano anzi ampie divisioni, ingiustizie e paure. La tecnologia ad esempio, se concepita come un fine in sé, senza un governo, senza una direzione e uno scopo, rischia di diventare fonte di angoscia. O la demografia e l’invecchiamento della popolazione, che se lette solo come contrapposizione di giovani e anziani rischia di lasciare sullo sfondo il tema molto più interessante di come ripensare le attività lavorative per conciliarle con una popolazione che cambia.

 

In questo scenario complesso e spesso confuso si inseriscono i provvedimenti della Legge di Bilancio. Il principale è quello che prevede una decontribuzione al 50% per l’assunzione con contratto a tempo indeterminato dei giovani fino ai 35 (30 dal prossimo anno), esteso al 100% al Sud. Si tratta di una misura con la quale il governo vorrebbe riequilibrare la situazione negativa nei confronti dei giovani che si è verificata al seguito della scorsa decontribuzione triennale, che è andata soprattutto a premiare i lavoratori più maturi. Alla luce delle trasformazioni in corso occorre chiedersi se si tratti della misura di cui abbiamo bisogno. Posto che un intervento in favore dei giovani è oggi fondamentale e che per questo non si può che guardare con favore a chi pone questo tema al centro, sorgono alcuni dubbi. In primo luogo le recenti misure simili hanno mostrato come gli effetti si esauriscono presto non appena il vantaggio fiscale viene a meno. In secondo luogo occorre riflettere sulla coerenza di queste misure, perché difficilmente ci potranno essere assunzioni incentivate se, in parallelo, proprio grazie a Garanzia Giovani resta possibile attivare a basso costo tirocini di un anno per attività lavorative vere e proprie come documentano le offerte pubblicate sui siti delle regioni e del ministero del lavoro. In terzo luogo occorre chiedersi se ciò di cui necessitano giovani e imprese oggi è una certa durata contrattuale o il suo contenuto. Detto in modo più chiaro: il mercato del lavoro di oggi richiede soprattutto competenze e competenze allineate alla domanda, ma su questo il contratto a tutele crescenti incide bene poco. Più efficace sarebbe il contratto di apprendistato, che ha in sé non solo una natura formativa ma una logica di un sistema dell’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro di determinate competenze per specifici settori produttivi o territori in grado di contribuire non poco al riallineamento delle competenze, portando quindi ad un miglioramento della produttività. Ma proprio l’apprendistato sembrerebbe uscire indebolito dalla manovra che rischia di condurre ad un dualismo forte tra tirocini di dubbia utilità e contratti a tempo indeterminato destinati a cessare col venir meno dell’incentivo governativo.

 

Più in generale sembra che quello che necessita oggi il mercato del lavoro sia un maggior coordinamento tra percorsi formativi, percorsi di carriera e competenze richieste dal mondo delle imprese. Il che non significa piegare il mondo della formazione alle esigenze di mercato, ma costruire un dialogo tra questi mondi. E questo non può avvenire soltanto attraverso l’incentivazione delle assunzioni dei giovani e neppure solo attraverso un processo di riforma legislativa. Piuttosto occorre ripartire dalle persone e dalla loro formazione integrale: come uomini e donne capaci di essere padroni di se stessi e del proprio futuro anche perché preparati a vivere pienamente il significato del lavoro quale risposta a un bisogno esistenziale e progettuale e non solo come scambio economico.

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di Adapt

Direttore ADAPT University Press

@francescoseghezz

 

Michele Tiraboschi 
Coordinatore scientifico ADAPT
@Michele_ADAPT

 

*pubblicato anche su Avvenire, 3 novembre 2017

 

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6 novembre 2017