28 aprile 2014

Non sarà la Costituzione più bella, ma almeno non prendiamola a calci

Giuliano Cazzola

 


In un bel film del 1951 L’asso nella manica di Billy Wilder un giornalista privo di scrupoli si imbatte, in una località sperduta del New Mexico, nel crollo di una vecchia miniera dismessa in cui è rimasto sepolto un poveraccio che andava alla ricerca di antichi cocci degli indiani ex nativi.

 

Fiutando lo scoop, il giornalista si assicura l’esclusiva e convince la moglie, lo sceriffo e gli appaltatori a perforare la montagna dalla cima, anziché entrare nella galleria e puntellarla a dovere. Così un’operazione di soccorso che poteva essere risolta in poche ore si trasforma in un lavoro di giorni alla presenza della comunità dei mass media, oltreché dal contorno vociante e festoso di una miriade di curiosi che confluiscono lì con le roulotte da ogni parte del Paese, portandosi appresso venditori di hot dog, saltimbanchi ed intrattenitori di ogni tipo. Persino un “Luna Park” attrezzato.

Alla fine, il poveraccio, costretto a rimanere sepolto per alcuni giorni, ci lascia le penne.

 

La metafora ficcante serve a spiegare la danza macabra che si sta svolgendo, in Italia, intorno alla Costituzione della Repubblica. Chi scrive non crede che la nostra sia la più bella Costituzione del mondo, ma considera non solo non prioritario e urgente, ma neppure necessario modificare l’ordinamento istituzionale, come se il suo attuale assetto fosse tra le principali cause dei ritardi e dei limiti dell’azione politica.

 

Quando i Padri Costituenti scelsero di varare una Legge fondamentale rigida volevano evitarne lo stravolgimento come era successo con lo Statuto albertino che, grazie ad alcune modifiche con legge ordinaria, aveva convissuto con un regime totalitario.

 

Oggi, anche se il Paese non corre il rischio di trasformarsi in una dittatura, è bene tenere presente quel monito. E non essere troppo disinvolti nel mettersi a modificare delle regole basilari per le istituzioni democratiche. Soprattutto, non è mai consigliabile modificare la Carta al solo scopo di assecondare un particolare stato d’animo dell’opinione pubblica, per sua natura mutevole. Il concetto di opinione pubblica non coincide meccanicamente con quello di elettorato, ma indica quella parte di popolazione che interagisce con le forze politiche, con i media, li influenza e ne è influenzata.

 

La riforma del Titolo V, che tutti oggi criticano e vogliono modificare, fu dettata dalla sbornia regionalista con cui il movimento fondato da Umberto Bossi indusse tutte le forze politiche a credere che da lì potesse venire il consenso del Nord e che esistesse una “questione settentrionale”. Una classe politica imbelle è sempre pronta ad introiettare i veleni delle forze antisistema che di volta in volta compaiono sul teatrino della politica italiana. Per anni ci siamo trastullati con il federalismo senza arrivare a capo di nulla. Sarebbe il caso di domandarsi onestamente se sono derivati più danni, maggiori intralci al processo decisionale, più confusione e paralisi dalla riforma del Titolo V oppure dal bicameralismo perfetto ora descritto come il più grave dei malanni delle nostre istituzioni.

 

Chi scrive è convinto – ed è pronto a ricevere smentite – che l’idea di sparigliare e differenziare i ruoli e i compiti delle due Camere somigli alla mossa del giornalista (di cui si parlava all’inizio) che convince dei funzionari disonesti a trapanare una montagna. Sarebbe sufficiente una radicale revisione dei regolamenti per ridurre i tempi dell’iter legislativo anche in un contesto bicamerale perfetto. Sono stati i regolamenti parlamentari, durante la Prima Repubblica a dare un’impronta assembleare allo scopo di consentire al Pci di “governare dall’opposizione”. Le modifiche sono state apportate, ma sono ancora insufficienti. Si corre il rischio, tuttavia, di cambiare macchinosamente la Costituzione e restare invischiati in regolamenti ancora farraginosi.

 

Si pensi che alla Camera (non così al Senato), quando il governo pone la questione di fiducia, i lavori devono restare fermi per 24 ore. Chi bisogna incolpare di questa stupidaggine, il bicameralismo perfetto? Abbiamo sostenuto che non si cambiano le regole del gioco per adeguarsi ad una situazione contingente. Non si butta per aria una Costituzione per dare corda – questo sarebbe oggi il motivo ispiratore – all’antipolitica, come è intenzionato a fare il governo Renzi. Che il sindaco della mia città sia chiamato a dirigere l’area metropolitana e a far parte del Senato al solo scopo di risparmiare due indennità è una argomentazione ridicola. Poi, le norme evolvono.

 

Ricordo che quando ero bambino mi capitò di assistere, una domenica al mare in una spiaggia della Romagna, ad un episodio (eravamo negli anni Cinquanta) che merita di essere raccontato. Una signora si presentò con un costume a due pezzi. Intendiamoci: indossava delle mutande ascellari come quelle del rag. Ugo Fantozzi ed un reggiseno molto morigerato. In pratica mostrava, nudo, soltanto lo stomaco. Bene. Arrivarono due carabinieri in spiaggia (senza i pennacchi ma con le armi, come nella canzone di Fabrizio De Andrè) a multarla, tra l’approvazione degli altri bagnanti scandalizzati per tanto ardire. Quelli erano più o meno i tempi in cui un deputato, poi divenuto Capo dello Stato alcuni decenni dopo, schiaffeggiò una signora, seduta al ristorante in compagnia, perché gli sembrava troppo scollata. La tapina si era tolta soltanto il bolerino per il caldo estivo. Ve le immaginate, oggi, delle scene così? A qualcuno risulta che sia intervenuta una legge che ha ridefinito il concetto ed il criterio di buon costume, precisando quanti centimetri di pelle femminile possono rimanere scoperti?

 

Tornando, però, a cose più serie: oggi, soprattutto in materia economica, si legifera per decreto legge, che viene convertito normalmente entro 60 giorni, perché non sono più ammesse le infinite reiterazioni di un tempo. Si è dovuto cambiare, per caso, l’articolo 77? Quale sia il significato dei “casi straordinari di necessità e di urgenza” è soggetto di interpretazione. E che dire dei poteri del Capo dello Stato? Giorgio Napolitano li ha sicuramente esercitati in maniera diversa dei suoi predecessori. Ma – checché ne dicano i “grillini” – qualcuno può sostenere che la sua azione non sia stata conforme a quanto le norme gli consentivano?

 

Come tutte le leggi, che vengono interpretate attraverso le sentenze dei giudici, anche la Costituzione vive ed evolve attraverso la giurisprudenza della Consulta. Tante altre considerazioni potrebbero essere svolte a proposito di quel mostriciattolo del Senato delle autonomie (una sorta di dopolavoro dei sindaci d’Italia) proposto da questa squadra di ragazzotti disoccupati che hanno trovato, nella politica, un’agenzia del lavoro capace di fare placement. Un Senato che si mettesse di puntiglio ad esercitare, ad esempio, quel ruolo residuo che viene previsto nel testo del governo, farebbe vedere i sorci verdi alla Camera. Purtroppo, queste mie considerazioni non serviranno a nulla. Almeno avrò lasciato testimonianza del mio profondo dissenso e della mia indignazione. Purtroppo, però, a chi vuole essere “politicamente scorretto” non è consentito di affermare: dixi et servavi animam meam.

 
Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

 

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