11 giugno 2018

Maturità in 4 anni: un’occasione per l’imprenditorialità italiana?

Francesco Fornasieri


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Perché fare un liceo quadriennale? Quale sfida apre questa iniziativa? Da quali esigenze prende le mosse?

Normalmente si porta come argomento di una simile ipotesi “l’allineamento al resto dei paesi europei” e come rileva un articolo de Il Sole 24 Ore, si tratta di un dato reale per metà dei Paesi, i rimanenti prevedono l’uscita dalla scuola superiore a 19 anni. Sono tante le variabili anche all’interno degli Stati (in Germania dipende dal Land di ubicazione) e dal tipo di istruzione (Professionale, Tecnica, Liceale). Alcuni dei paesi che hanno valutato di far terminare un anno prima il percorso (Spagna, Francia, Regno Unito, Portogallo, Ungheria, Romania) hanno anche ottenuto un significativo risparmio e una accelerazione nell’ingresso nelle università e nel mondo del lavoro. Ma il problema non può essere pensato solo come una “compressione” del “programma” in un tempo decurtato di un’annualità, si tratta piuttosto di un’occasione per ripensare il ruolo della scuola nella crescita della persona e della sua competenza nel contesto europeo e mondiale attuale. Forse il più significativo cambiamento culturale introdotto nella legislazione italiana nelle recenti svolte è stato lo strutturare per tutti gli ordini di scuole, Liceo compreso, i percorsi di alternanza scuola-lavoro.

 

I percorsi in alternanza, nello spirito della normativa di riferimento, non sono un’esperienza occasionale in contesti esterni in cui applicare i saperi scolastici, ma un vero percorso di formazione da considerare come parte integrante del piano di studi e del monte ore dei singoli docenti. L’apprendimento in contesto lavorativo reale è qualcosa che tradizionalmente nel nostro paese non ha mai toccato se non tangenzialmente il mondo liceale: l’introduzione dell’alternanza non può essere ridotta all’aggiunta di attività extra che si sovrappongono ad un curricolo già perfettamente costituito. Tanto più che il mondo del lavoro, l’obsolescenza tecnologica, i cambiamenti socioculturali in atto che non possono essere qui analizzati siano un’occasione per un rinnovamento delle tradizionali modalità didattiche. Si tratta infatti di passare dalla logica dell’immagazzinare (parola in sé eloquente) nozioni all’apprendere competenze, grazie a processi di lavoro che richiedano ricerca, creatività, metodo, applicazione, realizzazione.

Inoltre, proprio nello spirito del percorso liceale, è fondamentale sviluppare negli studenti la capacità sintetica di entrare in relazione con tante realtà diverse soprattutto attraverso il saper porre domande rispetto ai contesti, agli interlocutori, ai fini, ai metodi della conoscenza.

 

In questo senso si pone un’altra motivazione fondamentale: come può rinascere il mondo l’imprenditoria del Made in Italy, che tuttora domina per la sua riconosciuta qualità? Chi potrà comprendere, valorizzare, innovare e reinvestire su questa risorsa così ricca? L’intuizione originale del Liceo Scientifico Artigianale della Scuola Oliver Twist di Cometa (CO) è riassumibile in questi termini: nel mondo odierno si assiste alla fine dell’epoca delle grandi industrie: ciò che sopravviverà nel futuro dell’Italia sarà la sua sapienza artigianale, e se gli studenti faranno esperienza di questo patrimonio rivitalizzarlo. Per questo in un simile Liceo si pone l’accento sul rapporto con le botteghe artigianali, in collaborazione con le quali saranno elaborati progetti intorno a cui ruoti la didattica. Non accadrà che si producano prodotti destinati immediatamente al mercato: tali prodotti dovranno essere sempre perfettibili, proprio perché si possa sviluppare attraverso questo approccio didattico una mentalità non esecutiva ma innovativa, che sappia cogliere la superabilità dello strumento che si utilizza e del prodotto che si crea.

 

Nella parola artigianale poi l’accento cade sensibilmente sull’arte, cioè sul processo, non sulla conclusione, sul prodotto. L’arte è superiore al prodotto che essa genera proprio perché può generarne un altro, diverso e migliore, e dove l’interrogazione sul processo e sul fine prevalga sull’esecuzione. Senza però essere posti in un contesto dove siano richieste ideazione, progettazione, realizzazione e valutazione di un prodotto non potrebbero nascere quelle domande che porteranno al suo sviluppo e miglioramento, per questo l’alternanza in azienda e i laboratori scolastici rappresentano la terra in cui questo seme può germinare, mentre le materie scolastiche sono il nutrimento, l’acqua e l’energia solare che ne crescono il germoglio. Nell’apprendimento infatti si necessita di un tempo di riflessione che è per sua natura diverso da quello della situazione in cui nascono i problemi: occorre fermarsi e guardare, riflettere in senso letterale (“guardare-di-nuovo-piegandosi-indietro”: re-flectere) per comprendere. In un apprendimento così pensato il punto di partenza è l’esperienza, ma non c’è esperienza senza passione, coinvolgimento, ragionamento, affezione, impegno intero della persona. È la passione che mette in moto la ricerca, l’amore precede la conoscenza: sempre nella storia, ha osservato Max Scheler, un «nuovo senso della natura, una nuova valutazione della natura» hanno preceduto il sorgere di una nuova scienza della natura. «Dappertutto l’amatore precede il conoscitore, e non vi è campo dell’esistenza (siano essi numeri, stelle, piante, interdipendenze reali storiche, cose divine) il cui esame non abbia una fase enfatica prima di entrare nella fase di analisi […] Persino i numeri per i pitagorici furono innanzitutto “dèi”, prima che esaminassero le loro relazioni». (M. Scheler, Conoscenza e Lavoro, Franco Angeli Milano 2007, p. 50-52). Sempre Scheler chiama in causa anche il pensiero di Henri Bergson, il quale evidenzia come l’errore più profondo di tutta la filosofia giunta fino a noi a partire dal pensiero contemplativo greco sia stato quello di definire l’uomo come «homo sapiens» (= essere razionale), separando lo specifico dell’umano (l’intelletto) dalla capacità di sentire, percepire, rappresentare, immaginare; mentre la definizione di «homo faber» corrisponderebbe assai meglio alle vere facoltà che distinguono l’uomo dall’animale, dunque non un essere razionale, ma un «essere che lavora», che modifica sé stesso e l’ambiente, imparando da esso e dalla propria esperienza, educandosi aggiungeremmo noi, e lasciandosi educare.

 

Questo immagine di percorso scolastico nei quattro anni della sperimentazione prevista può accadere solo a certe condizioni: che si mantenga una dimensione generale di respiro e senso, fatta di grandi domande ed eventuali progetti della durata dell’intero anno scolastico, mentre vanno create da subito le cosiddette “basi” studiando un percorso che avendo come figura in uscita un “piccolo imprenditore” divida i grandi temi-progetti in sotto-problemi graduali e graduati all’età e alle competenze. In una simile impostazione si potranno individuare gli argomenti che tra le discipline si accomunano, lavorando insieme tra materie per il conseguimento di competenze comuni in diversi ambiti.

 

Occorre una scuola che formi un sapere (gusto della comprensione) una capacità inventiva (creatività) e progettuale (scientifica) unita all’esperienza condivisa con i professionisti della produzione artigianale e industriale, che “sappia a chi fare le domande giuste”, che sappia “vedere ciò che manca” al mondo per essere più bello e più umano.

 

Francesco Fornasieri

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

Università degli Studi di Bergamo

@f_fornasieri

 

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