M. Tiraboschi: “È il solito pasticcio all’italiana sulle tutele trionfa il compromesso politico”

Nando Santonastaso (Il Mattino, 19 settembre 2014)

 


«Una soluzione molto deludente». Michele Tiraboschi, uno dei giuslavoristi più noti d’Italia, non ha peli sulla lingua: la proposta del governo sulla riforma del mercato del lavoro non gli piace e come d’abitudine non lo manda a dire: «Il presupposto era e rimane chiaro osserva il professore -: c’è una sfida da cogliere per cambiare un sistema di regole che non funziona più, lo Statuto dei diritti dei lavoratori non rappresenta il mondo nuovo del lavoro e non dà risposte ai giovani disoccupati. Purtroppo a mio giudizio si è scelta la strada di un compromesso politico che sicuramente non risolve nessuno dei problemi per i lavoratori e per le aziende».

 

Compromesso politico vuol dire che biosognava a tutti i costi difendere l’attuale maggioranza di governo?

 

«La maggioranza è talmente composita che si è scritta una delega generica, imprecisa e molto pasticciata. La classica soluzione all’italiana. Il presidente del Consiglio aveva annunciato la fine dell’apartheid tra i lavoratori di serie A e quelli di serie B ma l’esito a conti fatti è una nuova apartheid. Chi aveva le tutele non le perderà, chi verrà assunto ne avrà sempre di meno. Se l’obiettivo era riallineare le tutele e modernizzarle, mi pare che non è stato raggiunto».

 

Lei pensa che nel dibattito in Parlamento il testo subirà modifiche importanti? Ad esempio che verrà riproposto il reintegro per i licenziamenti individuali?

 

«Non credo, il compromesso resisterà ma i numeri sono chiari: su 22 milioni di lavoratori dipendenti, metà ha l’art. 18 e metà no. Chi lo ha già non lo perderà, e anzi si può essere certi che con questa riforma si renderà la vita ancora più difficile ai giovani che cercano un posto di lavoro: perché chi è stato assunto con l’art. 18 non avrà alcun interesse a cambiare lavoro visto che da neo assunto perderebbe la protezione attualmente a sua disposizione. Morale: questa riforma farà il paio con quella Fornero delle pensioni che allungando i tempi di permanenza al lavoro ha di fatto sbarrato la strada all’ingresso di migliaia e migliaia di giovani».

 

Il governo punta a incentivare l’arrivo di investitori stranieri: le nuove regole sul lavoro non favoriscono questa spinta?

 

«È vero che a livello internazionale gli investitori vanno là dove i mercati del lavoro sono più flessibili, dove è più facile non solo assumere ma anche licenziare. Ma il occupa di lavoro autonomo, a progetto, a rete, non parla di lavoro creativo, di tecnologie. È una riforma che non recepisce un mercato culturale che invece esiste e va sostenuto».

 

Sarà anche colpa di vecchi tabù del mercato del lavoro, di vecchi pregiudizi?

 

«Non c’è dubbio. Il ministro Poletti ha ragione quando osserva che in Italia c’è ancora troppa sfiducia nei confronti delle imprese, come se ogni industriale dovesse per forza approfittare dei suoi dipendenti. Non nego che ci possano essere casi del genere ma la stragrande maggioranza degli imprenditori ha invece una visione positiva dei lavoratori, sa come garantire i loro diritti e far crescere la oro professionalità. Se superassimo una volta per tutte questo pregiudizio tutto il sistema se ne avvantaggerebbe».

 

La sinistra Pd e non solo lei è pronta ad alzare le barricate…

 

«Mah, c’è una logica politica autoreferenziale, sono degli avvisi che vengono mandati a Renzi ma nessuno in Parlamento farà un’azione per mandare a casa il governo. Nessuno vuole perdere il posto. È un gioco politico per dare risposte all’Ue e a Draghi. Se si ritiene superato l’articolo 18, lo si deve cancellare per tutti. Se invece lo si ritiene ancora essenziale, bisogna darlo a tutti quelli che lo meritano. Del resto uno che dice che così sarà più facile licenziare dovrebbe riflettere su quanto sta accadendo a proposito della “Garanzia giovani”: 1,5 miliardi di risorse che l’Italia non riuscirà a spendere visto che si sono iscritti pochissimi giovani e pochissime sono anche le offerte di lavoro. La verità è che da 5 anni facciamo leggi sul lavoro, una all’anno, ma poi non le applichiamo».

 

Sarà così anche stavolta?

 

«Io credo che a un giovane in cerca di lavoro interessi relativamente poco sapere se avrà un contratto pieno o tempo determinato. Gli importa molto più che i tirocini formativi delle imprese funzionino e non ci sia più lavoro nero: purtroppo nel primo e nel secondo caso siamo lontani dalla meta».

 

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