14 settembre 2015

L’integrazione delle donne migranti nel mercato del lavoro europeo

Giorgia Imperatori


Attualmente la questione dell’immigrazione clandestina è tragicamente al centro dell’agenda europea oltre che dei social media internazionali. Tra i vari provvedimenti in materia presentati in ambito europeo, all’inizio di quest’anno è stato adottato il Parere del Comitato economico e sociale europeo (CESE) dedicato all’integrazione delle donne migranti nel mercato del lavoro.

Difatti, dato il continuo aumento dell’immigrazione femminile nell’Unione europea già a partire dall’ultimo decennio (come riscontrato dalla Proposta di risoluzione del Parlamento europeo Immigrazione femminile: ruolo e condizione delle donne immigrate nell’Unione Europea (2006/2010(INI)): nel 2006 le donne immigrate costituivano quasi il 54% sul totale dei migranti nell’UE), a livello europeo è stata avvertita l’esigenza di elaborare un documento specificamente destinato a sollecitare l’adozione di misure volte all’integrazione delle donne immigrate affinché le stesse non vengano dequalificate ed emarginate dalla società di accoglienza.

 

La categoria delle donne migranti, infatti, subisce una duplice discriminazione sul lavoro: come donne e come immigrate. Nonostante il quadro legislativo europeo sia improntato alla valorizzazione del principio di non discriminazione tra i sessi, anche e soprattutto in ambito lavorativo, le donne restano svantaggiate sul mercato del lavoro. Basti pensare che ancora nel 2014 lo scarto tra la retribuzione media maschile e quella femminile nell’UE era pari al 16,4% (cfr. http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Gender_pay_gap_statistics).

Si comprende come la situazione sia ancora più preoccupante quando la donna oltretutto è immigrata. In ciascuno degli Stati europei il loro tasso di attività professionale risulta più basso di quello delle altre donne autoctone (cfr. http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Migrant_integration_statistics_-_employment). Oltretutto tale categoria viene occupata solo in determinati settori, spesso e volentieri poco qualificati, ed è interessata maggiormente da determinate condizioni lavorative quali precarietà, part-time e basso reddito. Talvolta l’ingresso di queste donne nel mondo del lavoro viene ostacolato ulteriormente dalle barriere culturali proprie della famiglia o della comunità di appartenenza.

 

Per tutti questi motivi le donne immigrate rappresentano una fonte di competenze e professionalità assolutamente sottovalutata. Risulta pertanto necessario che si provveda alla loro integrazione nel mercato del lavoro affinché si realizzino integralmente le potenzialità della migrazione. L’integrazione delle donne migranti, inoltre, si pone quale tappa essenziale per il raggiungimento dell’obiettivo di portare in cinque anni il tasso di occupazione europeo al 75%, come previsto nella Strategia 2020. Oltretutto delle specificità delle donne immigrate si dovrà tenere conto nella preparazione del nuovo piano di parità tra uomini e donne post 2015.

Al fine di consentire l’integrazione di tale categoria, però, bisogna considerare come la stessa sia piuttosto variegata: la situazione concreta delle donne migranti può essere assai eterogenea in relazione alla specifica disciplina a loro applicabile. Le condizioni migliori spettano alle donne titolari di carta blu le quali hanno più facilmente accesso a posti di lavoro altamente qualificati. Se poi ad essere titolare della carta è il marito, la donna gode automaticamente ed immediatamente di un diritto generale di accesso al mercato del lavoro del paese ospitante. Quando invece una donna migrante arriva in uno Stato membro beneficiando del ricongiungimento familiare, la situazione è più difficile in quanto dovrà aspettare anche un anno prima di avere accesso ad un’attività lavorativa. È proprio questo periodo di attesa ad essere critico: in quel frangente la donna è dipendente dal marito, nei fatti trova spesso difficoltà nell’avvicinarsi al mercato del lavoro e rischia di perdere una parte delle proprie competenze. Un’altra situazione problematica è costituita dalle donne migranti richiedenti asilo, le quali spesso incontrano ostacoli giuridici che impediscono loro di accedere al mercato del lavoro regolare spingendole quindi a ricorrere al lavoro non dichiarato.

 

Alla luce di queste considerazioni risulta chiaro come sia assolutamente necessaria un’azione positiva da parte dell’Unione europea che tenga conto delle condizioni specifiche di queste donne, del loro livello di qualificazione, della loro conoscenza della lingua del paese ospitante e della circostanza che si tratti di immigrate di prima generazione o di generazioni successive. Delle misure specifiche sono state indicate dal già citato Parere del CESE adottato in data 21 gennaio 2015.

 

Innanzitutto bisognerebbe informare meglio le donne migranti sui loro diritti e sui servizi esistenti per migliorare la loro conoscenza in merito alla società di accoglienza ed al suo mercato del lavoro. Poiché la conoscenza della lingua ospitante costituisce un presupposto essenziale per l’integrazione e l’accesso all’occupazione è poi necessario facilitarne l’apprendimento.

 

Un’altra misura fondamentale è quella volta a riconoscere le qualifiche delle donne migranti e prevenirne quindi la dequalificazione. In questo senso è importante accelerare il processo di riconoscimento delle qualifiche e delle esperienze acquisite in paesi terzi per consentire alle donne di trovare occupazioni che corrispondano alle loro professionalità e aspirazioni. Anche perché le donne migranti disoccupate o che svolgono attività lavorative di livello inferiore alle loro qualifiche rappresentano risorse sottovalutate, nonché una perdita di capitale umano. Bisogna quindi considerare che il lavoro in alcuni settori (pulizie, assistenza agli anziani, agricoltura ecc.) può certamente offrire opportunità alle donne migranti meno qualificate, ma soltanto a condizione che tali settori vengano sottratti al lavoro nero, professionalizzandoli e valorizzandoli attraverso un’attività di formazione specifica che permetta altresì una progressione professionale.

In questa prospettiva altrettanto essenziale appare un’azione di sostegno al lavoro autonomo delle donne immigrate stimolandone l’educazione all’imprenditorialità.

 

Non resta dunque che attendere l’adozione da parte delle istituzioni europee e dei Paesi membri di misure come quelle contenute del Parere del CESE grazie alle quali si potrebbe raggiungere l’integrazione e la valorizzazione professionale delle donne immigrate: obiettivo che costituisce un contributo rilevante all’economia e alla società europea nonché un’importante soluzione per ottimizzare le potenzialità offerte dal fenomeno migratorio verso l’UE.

 

Giorgia Imperatori

Dottoressa in Giurisprudenza, Università Sapienza di Roma

@GioImperatori

 

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