L’innovazione passa dalla ricerca, anche per le PMI

Chiara Mancini, Elena Prodi, Michele Tiraboschi


Anche le piccole e medie imprese, per crescere e competere, hanno bisogno di sviluppare innovazione. Non possiamo non concordare con Roberto Tiezzi, responsabile del Technology Transfer Office–TTO del Politecnico di Milano (Tiezzi, R., “Le Pmi vogliono crescere?Chiedano aiuto al mondo della ricerca” disponibile on-line a: http://bit.ly/274R4Mb), là dove richiama l’urgenza di un cambio di passo nel modo di fare impresa e produrre in un Paese come il nostro caratterizzato e condizionato, più di altri, dalla dimensione d’impresa.

 

Vero è, peraltro, che nei nuovi scenari economici di Industry 4.0 e della sharing economy la dimensione aziendale, ancora oggi misurata attraverso parametri antiquati come il numero degli addetti, sarà sempre meno importante e, anzi, l’agilità e la capacità di mutare rapidamente prodotti, fornitori, alleanze, mercati e relazioni diventerà un importante fattore competitivo. Ma è proprio per questo motivo che non condividiamo fino in fondo la ricetta proposta dallo stesso Tiezzi per le nostre PMI e cioè affidarsi alla ricerca pubblica, alle università, per fare quello che non sarebbero in grado di fare, e cioè attività di ricerca e progettazione. Questa idea, che relega il mondo delle PMI in uno scenario fordista, non fa i conti con cosa è oggi una impresa, al di là delle dimensioni, e ancor più cosa è l’università almeno in Italia. Una separazione, tra chi ricerca e innova e chi lavora ed esegue procedure ripetitive e standardizzate, che non è nella realtà delle cose e che dimentica la logica della rete e dei distretti della conoscenza in un contesto di start-up innovative, freelance, progettisti, innovatori che, anche attraverso la filosofia dell’open access da cui l’università italiana è ancora lontana, sviluppano il cambiamento secondo logiche relazionali di contaminazione tra mondi diversi eppure solo apparentemente lontani.

 

Non pare inutile ricordare lo studio di Steven Johnson nel suo “Dove nascono le grandi idee” (http://bit.ly/1Yg5mUq), ripreso autorevolmente da Enrico Moretti nella “La nuova geografia del lavoro”, secondo cui la storia naturale della innovazione non è stata scritta da ricercatori solitari folgorati da colpi di genio estemporanei e “disruptive”. Le idee innovative sono storicamente frutto di percorsi convergenti e condivisi, della connettività e della abilità di combinare intuizioni di diversa origine e provenienza. La mente connessa è il vero motore della innovazione e conduce ineludibilmente al progresso scientifico e tecnologico.

 

Solo da noi, e certamente nei Paesi meno sviluppati, la parola “ricerca” rimane ancora associata alla vecchia idea di missione pubblica e di lavoro accademico. Eppure non poche imprese italiane, anche quelle che riteniamo “minori” per numero di dipendenti, fanno ricerca di altissimo livello affiancate da reti e distretti della innovazione che nulla hanno da invidiare alle università e ai migliori centri di ricerca a livello mondiale con cui anzi spesso collaborano, anche in assenza di un sistema, attraverso canali informali che funzionano per la pazienza e l’ostinazione di uomini e donne di buona volontà. Come bene evidenziato da Mariacarmela Passarelli e Michele Petrone in un articolo apparso sul Sole24Ore (“Spin-off della ricerca, l’urgenza di contaminarsi per crescere (e come farlo)” disponibile on-line a: http://bit.ly/1N9YU0J) sarebbero proprio gli spin-off e le start-up quelle fucine di creatività in cui la figura del ricercatore, del progettista e dell’imprenditore si fondono generando innovazione.

 

Si tratta di hub della conoscenza, piattaforme open access di cooperazione tra pubblico e privato, in cui come ADAPT pensiamo di collocarci sin dalla nostra nascita, popolati da lavoratori a progetto, creativi e apripista del cambiamento, a cui nei prossimi anni spetterà il compito di “rimpiazzare le Università”, come ben ci ricorda Paul Graham, fondatore di Y Combinator (Fazio, F. “L’idea più coraggiosa? Rimpiazzare le università”, disponibile on-line a: http://bit.ly/1OiS8R4), celebre incubatore di startup. Istituzioni secolari da sostituire non in senso meramente fisico, ma nel ruolo di gelose custodi della istruzione e della ricerca che per secoli hanno vestito senza peraltro avere la capacità di incidere sensibilmente sulla realtà.

 

Ci sono molti modi di fare ricerca, e altrettanti luoghi, tempi, strumenti per sviluppare idee brillanti. Ma le vere opportunità che permettono di esprimere a pieno il potenziale di progetti innovativi scaturiscono più facilmente non da logiche di sudditanza o di affidamento messianico a entità superiori per diritto acquisito (e monopolio pubblico della ricerca) quanto dalla contaminazione tra mondi e realtà tra loro solo apparentemente lontane. Finché la ricerca rimarrà monopolio delle Università, fino a quando verranno reiterati schemi gerarchici che postulano un rapporto di subordinazione degli attori privati che fanno ricerca a quelli pubblici, l’Italia continuerà a scontare un grave ritardo nei campi della ricerca applicata e dello sviluppo sperimentale, se comparata agli altri paesi europei, agli Stati Uniti o al Giappone. Da anni ormai autorevoli istituzioni internazionali ci segnalano questo ritardo e la giusta ricetta da applicare, che altro non prevede se non l’incremento della massa critica dei ricercatori che lavorano nelle imprese, oggi davvero pochi (Prodi, E. “Uno, nessuno, centomila: i numeri dei ricercatori in Italia e all’estero”, disponibile on-line a: http://bit.ly/1rBaGY6) in modo da accrescere la capacità delle industrie domestiche di esprimere a pieno il loro potenziale nella creazione di nuove conoscenze e innovazione.

 

Su questa criticità del sistema produttivo italiano, ADAPT insiste ormai da tempo attraverso numerosi studi e pubblicazioni (si vedano M. Tiraboschi, Dottorati industriali, apprendistato per la ricerca, formazione in ambiente di lavoro. Il caso italiano nel contesto internazionale e comparato, in DRI, n. 1/2014, e  il bollettino speciale ADAPT n. 4/2016, Per un sistema della ricerca non accademica, a cura di Elena Prodi e Michele Tiraboschi, disponibile on-line a: http://bit.ly/1Tx6leN) la cui progettualità è ora confluita in una proposta legislativa su “Riconoscimento e valorizzazione del lavoro di ricerca nel settore privato”, al fine di definire un moderno sistema legislativo e di relazioni industriali per sostenere la ricerca nel settore privato.

 

L’idea che sostiene la nostra progettualità parte dalla necessità di strutturare un sistema della ricerca privata che possa competere con quella pubblica. Il primo passaggio, in questa prospettiva, è il riconoscimento dello status di ricercatore anche per chi opera in azienda fornendo un contributo alla innovazione e alla conoscenza.  Come ci ricorda Fulvio Uggeri, Direttore del Centro Ricerche Bracco Imaging S.p.a., nel suo articolo “Il ricercatore e il lavoro che cambia” (disponibile on-line a: http://bit.ly/1Tx6ajQ)  “proprio per le ragioni che vedono ricerca e innovazione come discriminante in positivo per la crescita di un’impresa diventa imprescindibile inventare una soluzione mirata che sappia rispondere a esigenze peculiari di chi ha scelto il rischio dell’innovazione come elemento di crescita sia esso il ricercatore o l’impresa”.

 

La società, l’economia e il mondo del lavoro oggi chiedono di riconoscere anche i processi informali e non formali di ricerca al di fuori del mondo accademico e di integrare questi percorsi di innovazione con quelli delle università. Solo una chiara e adeguata regolazione del lavoro di ricerca nel settore privato potrà dare avvio a quel processo di contaminazione pubblico-privato, incentivando l’attivazione di partenariati, lo sviluppo di network di ricerca internazionali e la collaborazione a progetti congiunti. Questa è la vera chiave della innovazione e della competitività in una economia che possa veramente dirsi fondata sulla conoscenza.

 

 

Chiara Mancini

Apprendista di ricerca – ADAPT Junior Fellow

@_ChiaraMancini

 

Elena Prodi

Apprendista di ricerca – ADAPT Junior Fellow

@Elena_Prodi

 

Michele Tiraboschi

Coordinatore Scientifico di ADAPT

@Michele_ADAPT

 

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