21 marzo 2015

L’importanza di una Costruzione sociale europea

Carmen Di Stani


L’Italia è un Paese con “squilibri macro-economici eccessivi”. Così afferma la Commissione dell’UE, in un suo rapporto pubblicato nei giorni scorsi. Bruxelles punta il dito sulla limitata produttività del lavoro italiano, una delle cause principali dell’alto debito pubblico e della scarsa competitività, determinata, a sua volta, da un elevato cuneo fiscale sul costo del lavoro che, per i prossimi giorni, costituirà la priorità dell’agenda politica del Governo Renzi.

 

Alla luce di un contesto nazionale così instabile, dove a primeggiare sono i rimproveri europei nei confronti dei nostri squilibri economici, torna a ripresentarsi con veste di grande attualità, il valore di una Costruzione sociale europea (così T. Treu, Le istituzioni del lavoro nell’Europa della crisi, 2013, 1-10) che si traduce in un monitoraggio e in una maggiore considerazione della situazione sociale e del mercato del lavoro in senso all’ Unione economica monetaria.

 

È del 2 ottobre del 2013 la Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio europeo, COM(2013) 690 final, sul potenziamento della dimensione sociale dell’Unione economica e monetaria (UEM), nella quale si evidenza che il solo rafforzamento di una governance economica all’interno dell’Unione economica monetaria non è più sufficiente a porre rimedio agli squilibri economici dei vari Paesi.

 

Al contrario, occorre progredire verso l’integrazione della dimensione sociale nella sorveglianza degli squilibri macroeconomici, al fine di poter migliorare anche l’architettura di quelle politiche raccomandate ai paesi impegnati nell’aggiustamento dei propri conti economici.

 

Più vigilanza dei problemi sociali, più risorse e programmi per i Fondi strutturali e di investimento europeo a favore di occupazione e mobilità internazionale dei lavoratori, insieme con la promozione di un maggior dialogo sociale tra le parti sociali, questi i principali drivers individuati dalla Commissione per potenziare la dimensione sociale dell’UEM.

 

Finalmente si sta acquisendo una maggiore consapevolezza che la disoccupazione e i problemi sociali si traducono in perdite di reddito per la società nel suo complesso e che hanno un effetto negativo sulla competitività e sul potenziale di crescita delle economie interessate, perché si sottoutilizza il capitale umano e non si investe nel suo futuro.

 

Eppure, sia la Strategia di Lisbona del 2000 che quella di Europa 2020 avevano già puntato su di un’opera di coordinamento delle politiche sociali con quelle di politica economica, e individuato obiettivi prioritari da realizzare, come l’aumento del tasso di occupazione e la riduzione di quello dell’abbandono scolastico, ma con risultati, ad oggi, insoddisfacenti, soprattutto sul versante occupazionale.

 

La spiegazione dei fallimenti di quelle strategie, forse, è da rinvenirsi proprio nella dicotomia, oggi esistente, tra la competenza propria dell’Unione europea in tema di politiche economiche, e quella, invece, propria dei singoli Stati membri sulla disciplina delle politiche sociali.

 

Questo ha reso sempre più difficile e lontano quel processo di integrazione sociale ed economico dell’Europa, che dovrebbe confluire nell’auspicata Costruzione sociale europea, sebbene, molti episodi della nostra storia, dalla crisi economica successiva al dopoguerra del ‘45 a quella scaturita dalla crisi del petrolio del ‘73 abbiano evidenziato il contrario, ovvero un legame strutturale tra salute dell’economia e diritto del lavoro, minacciato più volte nella sua tenuta dei suoi assetti e del suo stesso statuto fondativo dalla stessa crisi.

 

Una debolezza della dimensione sociale e politica europea, tradottasi, nel corso del tempo, in interventi incisivi dell’Unione in campo economico, come l’incentivazione di forme di coordinamento fiscale tra gli Stati Europei e, dall’altro, in un forte indebolimento degli stessi in tema di politiche sociali, tali da incidere negativamente sull’evoluzione del diritto del lavoro ma anche sul sistema di relazioni di industriali.

 

La conseguenza è stata la definizione di una strategia europea che, sebbene diretta alla regolazione dei rapporti di lavoro e alla promozione di politiche occupazionali, all’insegna dei buoni principi della flexicurity, tuttavia, queste ultime non hanno conosciuto un’applicazione uniforme tra i vari paese (si veda, M. Magnani, Diritto sindacale dell’Unione Europea e comparato del lavoro, dispense Università? degli Studi di Pavia, Dipartimento di giurisprudenza, 2013/2014) sia per il diverso ruolo delle relazioni industriali sia per le resistenze della contrattazione collettiva all’applicazione di tali pratiche a vantaggio del mantenimento degli assetti nazionali preesistenti.

 

Contrariamente, tendenze comuni tra i paesi europei, si sono riscontrate in tema di istituzioni di welfare, al centro del modello sociale europeo, oltre ai principi della flexicurity.

 

Ad esempio, analisi documentate hanno rilevato che quasi tutti i sistemi nazionali hanno sperimentato azioni di riforma sulle pensioni e sui servizi sociali, come i congedi parentali e le misure conciliazione vita lavoro, in risposta alle trasformazioni sociali ed economiche in atto.

 

Allo stesso modo, tendenze comuni si sono riscontrate in tema di sistemi di finanziamento di alcuni istituti, ammettendo a partecipare agli stessi anche i beneficiari, al fine di ridurre il peso sulle finanze pubbliche, e di rendere più conveniente la partecipazione al lavoro da parte dei soggetti percettori di indennità di disoccupazione, con le c.d. misure in work benefits.

 

Su questo versante, l’influenza europea sta conducendo verso una maggiore europeizzazione dei sistemi, anche se in “timida” misura.

 

Ebbene, contemplando questa timida apertura, ma anche ripensando alle inefficienze delle pregresse delle politiche sociali europee, viene da chiedersi quali miglioramenti potranno esserci in futuro, che vadano nella direzione di garantire maggiore coesione tra dimensione economica e dimensione sociale.

 

Sicuramente, l’attuazione di quelle iniziative, individuate dalla Commissione per potenziare la dimensione sociale dell’Unione economica monetaria è fondamentale, soprattutto sul versante del potenziamento, a livello nazionale, di un dialogo sociale tra le parti, necessario per adottare al meglio le politiche sociali ed occupazionali promosse dall’UE.

 

Così come è auspicabile, ripensare ad un ruolo più politico dell’Unione europea, in cui accanto a politiche di coordinamento fiscale, si prevedano più interventi di welfare e di politiche occupazionali soprattutto laddove questi ultimi sono carenti.

 

L’iniziativa della Youth Garantee, promossa con raccomandazione del Consiglio europeo del 22 aprile 2013, a favore dell’occupazione giovanile, costituisce indubbiamente, la prova di un elevato livello di impegno politico dell’Europa volto ad affrontare collettivamente una centrale sfida occupazionale, ma anche l’occasione per l’Italia per cedere alle resistenze nazionali ed aprirsi all’accoglimento della raccomandazione, mediante l’adozione di provvedimenti legislativi che la sostengono e che, man mano, ne stanno ridisegnando la fisionomia.

 

Tutto questo ci porta a considerare che il valore positivo della costruzione sociale europea non deve essere abbandonato, nemmeno in un periodo in cui la pressione della crisi è forte. 

 

Immacolata Di Stani

Scuola internazionale di Dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT-CQIA, Università degli Studi di Bergamo

@i_stani

 

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