Lezioni e pratica. Ecco la rivincita dell’apprendistato

Giuseppe Bottero (La Stampa, 14 settembre 2014)


Viaggio tra i “professionali”, che sfornano giovani pronti per entrare in azienda. Sul modello tedesco

Marco, sedici anni, entra in classe con la cresta e i pantaloni a vita bassa. Non è uno schiaffo al protocollo, ma una divisa: tra poco sarà parrucchiere. Riccardo ha un paio di anni in più, e sta davanti a un barile di birra alle 5 e mezza di un venerdì mattina, eppure i genitori sono tranquilli: quello diventerà il suo lavoro. Torino, quartiere San Donato. Nei corridoi lunghi delle ex concerie Fiorio dal 2004 la Piazza dei Mestieri sforna super-tecnici: professionisti ragazzini pronti a entrare in azienda. Non è un’oasi, ma quasi. Il centro studi Adapt, fondato da Marco Biagi, ha messo in fila gli istituti d’eccellenza, quelli che, da anni, hanno anticipato le linee guida del patto per la scuola annunciato da Renzi a settembre: oltre al centro torinese ci sono la Fondazione scuola Vallecanonica, il Polo Formativo Legnoarredo di Lentate sul Seveso, in Brianza, la Fondazione Cometa di Como. Tutti poli che hanno stretto un patto di ferro con il mondo dell’impresa e con le famiglie.

 

Una ricetta antica

La logica è antichissima, ma di questi tempi sembra rivoluzionaria: tra i banchi si impara un mestiere. Esattamente l’obiettivo che si è proposto il governo con la riforma: tra i dodici punti è previsto un rafforzamento deciso dell’alternanza scuola-lavoro. L’asticella è stata alzata fino a quota 200 ore: il tempo minimo da trascorrere in laboratorio, o direttamente in fabbrica. È un tentativo promosso da due terzi degli studenti di rincorrere il modello tedesco. Una mossa che può portare anche qui il sistema «duale», il mix di lezioni e pratica che, spiega il giuslavorista Michele Tiraboschi, ha consentito alla Germania «un contenimento della disoccupazione giovanile e alti livelli di competenza e produttività della forza lavoro».

 

ll ritorno dell’apprendista

Una delle chiavi per sbloccare un sistema paralizzato si chiama apprendistato: il vecchio contratto, seppur con qualche acciacco, ha ricominciato a funzionare alla grande. Negli ultimi sei mesi un periodo nerissimo in cui la disoccupazione under 29 ha sfondato il 40% i giovani assunti con contratti di apprendistato sono aumentati del 16% rispetto allo stesso periodo del 2013. I numeri restano bassi, ma sono le storie a fare la differenza: 11.395 ragazzi, fratelli minori dei trentenni sbranati dal precariato, hanno cambiato passo e sono entrati in azienda. E la rivincita degli istituti professionali: a un anno dal conseguimento del titolo, dicono i dati di Almadiploma, trovano lavoro solo 31 diplomati su cento: questa percentuale però supera il 41% quando si parla di diplomati professionali, mentre tocca il minimo (21%) tra i liceali. «I risultati eccellenti raggiunti dalla formazione professionale nelle poche regioni che hanno attuato una vera programmazione parlano da soli ragiona il presidente della Piazza dei Mestieri, Dario Odifreddi -. Diminuzione della dispersione scolastica, tassi di inserimento lavorativo migliori, minori tempi nella transizione dallo studio al lavoro, rapporto strutturato con le imprese».

 

Percorsi su misura

Certo, bisogna fare un bagno di concretezza. Solo l’export riesce a trainare l’economia? Allora tocca creare figure specializzate. Al Polo Formativo del Legno Arredo da ottobre parte un percorso per creare «export manager». Qui, spiega l’ad di Poliform Giovanni Anzani, «il tema della formazione dei giovani e più in generale quello dell’educazione è quanto mai sentito». Le scuole, spiega Odifreddi, «devono riprendere la cultura del laboratorio, del lavoro manuale, che si è persa anche negli istituti tecnici». Il compito del governo, invece, è tirar giù gli steccati, soprattutto quelli ideologici. «Bisogna liberare l’apprendistato da costi e vincoli introdotti dalla riforma Fornero», conferma il presidente di Confartigianato Giorgio Merletti. Il patto scuola-lavoro, spiega, «è l’unica strada per affrontare il dramma della disoccupazione giovanile e potenziare la qualità manifatturiera». Mica un’idea rivoluzionaria: dietro il boom economico, nascosti dai geni del design, c’erano tecnici pazzeschi. Eppure ci siamo scordati di quella ricetta. Uno sbaglio. «L’apprendistato coniuga il sapere e il saper fare ragiona Merletti -. Ha formato generazioni di lavoratori ed è stato la palestra per migliaia di giovani che, a loro volta, hanno creato un’impresa».

 

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