13 gennaio 2015

Lezioni di Employability/31-32-33 – Non è sufficiente parlare dei giovani, occorre anche ascoltarli

Valerio Federici, Maryna Kozlova, Giovanni Prodan


Ci sono articoli che parlano dei giovani, descrivono i loro limiti, le loro potenzialità e le loro mancanze. I giovani, leggendoli, talvolta si arrabbiano, talvolta si ritrovano, talvolta si indignano.

Ai giovani innanzitutto servono occasioni per esporre il proprio pensiero, le proprie idee e per indirizzare positivamente le energie. Non è sufficiente parlare dei giovani, occorre offrire loro spazi per esprimersi.

Ecco tre articoli scritti da giovani studenti di economia dopo aver letto l’articolo di Claudio Cerasa pubblicato sul Il Foglio del 18 novembre 2014.

 

 

Essere impiegabile, essere preparato. Essere giovane

di Valerio Federici

  

Si legge che il lavoro c’è, ma che sono i giovani a non volersi impegnare per trovarlo. Perché abbagliati dal miraggio del pezzo di carta o dall’inseguire sogni fuori portata. Si legge che siano 35000 gli informatici e i piazzaioli introvabili sul mercato del lavoro. E poi qualcuno smentisce questi dati rilevando che sono cifre non attendibili.

 

Chi studia economia, rifacendosi allo schema elementare di domanda-offerta di lavoro, precisa che, se ci fosse davvero una richiesta così alta per le professioni vacanti indicate, i datori di lavoro sarebbero disposti ad aumentare gli stipendi pur di reperirli e si assisterebbe ad una crescita delle retribuzioni. Questo tuttavia non avviene. Non solo: spesso vengono offerti lavori in nero o a condizioni indegne, il che fa presumere invece che esista una così corposa offerta di lavoro che gli “imprenditori” si possano permettere di risparmiare e agire in una economia sommersa.

 

I giovani ventenni in cerca di lavoro nuotano in un mercato ad altissima concorrenza, sia interna che esterna ai confini nazionali, trasversale a tutti i mestieri e le professioni. A questo si aggiungono mali atavici come l’immobilismo sociale o la mancanza di meritocrazia oggettiva che inchiodano chiunque voglia eccellere. Chi fa il calzolaio oggi ha le stesse probabilità di diventare Ferragamo di quante ne ha un operaio Fiat-Chrysler di diventare CEO del gruppo italo-americano.

 

Forse non è vero che mancano le qualifiche e forse la questione dello skills gap è un finto problema. Chi oggi risulta disoccupato è spesso inserito nel regno dell’economia sommersa e contemporaneamente ci sono studi che dimostrano che non vi è una reale differenza di competenze tra chi trova subito un posto di lavoro e chi fatica a collocarsi. Il problema con ogni probabilità è un altro. Guy Standing, economista britannico, afferma che: «Nello schema neoliberista, la disoccupazione è diventata una questione di responsabilità individuale, quasi che fosse “volontaria”. Si è iniziato a valutare le persone in termini di “impiegabilità”. […] L’immagine del disoccupato è radicalmente mutata; egli è dipinto ormai come un individuo “non impiegabile”, vittima dei suoi stessi sbagli e per di più incapace di accontentarsi di un lavoro o del salario che gli si offre».

 

La fotografia è quella di un giovane, uscito da scuola e dai percorsi formativi, non avendo mai lavorato o, in caso contrario, con (finti) stage e quindi poco qualificanti. Il legislatore, quando scrive le norme dedicate al mercato del lavoro, dovrebbe ricordare che il difetto del sistema va rintracciato nella distanza tra i giovani e il lavoro, tra la scuola e l’azienda, tra la teoria e la pratica. Nessuno è all’altezza di svolgere attività a cui non è preparato e per la quale non si è formato.

 

La cultura del lavoro non si improvvisa ma si costruisce quotidianamente, sin dai banchi di scuola. Investire sui giovani e sul futuro significa avere a cuore la loro crescita consapevoli del rischio che la mancanza di lavoro e di preparazione crei sempre più squilibri sociali, tensioni, microcriminilità e un sistema previdenziale povero.

 

Valerio Federici

Studente di Economia aziendale

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

@valefeed

 

 

 

Giovani: davvero solo pigiama e aperitivi?

di Maryna Kozlova

   

Una vita tra pigiama e aperitivi? È davvero questo l’universo giovanile come sostenuto dallo chef Colonna, su Il Foglio dello scorso 18 novembre, con giudizi lapidari e toni che non paiono ammettere repliche? La verità è che si parla tanto di giovani, ma poco con noi.

 

Non sempre il mondo degli adulti riesce a capire cosa sta sotto una superficie fatta di stereotipi che sono caricature di una realtà molto diversa. Chi scrive è una studentessa universitaria iscritta al terzo anno di economia a Modena. Come tanti dei miei colleghi la sveglia è alla mattina presto, per le lezioni universitarie. Poco tempo per stare in pigiama e tanto meno per il classico aperitivo preparato con cura dai nostri grandi chef stellati: pochi soldi per le mani e tanti impegni lavorativi, per pagare gli studi universitari.

Lavori saltuari e occasionali perché questo è quanto offre oggi il mercato del lavoro in Italia, vista la crisi economico-finanziaria che ci affligge già da anni.

 

Certamente una ristretta minoranza dei miei coetanei, provenendo da famiglie benestanti, perde tempo con appuntamenti mondani, invece di impegnarsi nello studio. Inoltre, l’illusione trasmessa dai media che si possa giungere in breve tempo all’apice della piramide sociale, senza passaggi intermedi di gavetta, contribuisce a non alimentare in noi la “fame” delle generazioni precedenti.

Non bisogna però fare di tutta l’erba un fascio.

Studiare è oggigiorno un lusso. Una famiglia normale spesso fatica a guadagnare 1500€ mensili. Molti giovani universitari sono costretti a rimboccarsi le maniche accettando, soprattutto, lavori cosiddetti “umili” per giungere alla tanto ambita laurea. Le nostre giornate sono intense e caratterizzate da un ritmo serrato. Ci si barcamena alla meno peggio tra lezioni, studio e turni di lavoro negli orari più disparati.

Vi assicuro che, chi ha intenzione di laurearsi in tempi accettabili, e costruirsi un futuro decente non solo non trova tante occasioni per dormire fino a tardi e concedersi aperitivi ma neppure le cerca.

Oramai ogni giorno si sentono ai notiziari casi di recruitment per una decina di posti, ai quali si presentano però migliaia di persone. Noi giovani, quindi, stiamo sempre con le mani in mano?

Chi riesce a laurearsi poi, fuori dall’università trova una realtà lavorativa non semplice.

 

Nella quasi totalità delle offerte di lavoro è richiesta esperienza. Dove la si trova questa famigerata esperienza, se gli unici contatti con il mondo del lavoro non sono andati oltre a stage sottopagati e lavoretti occasionali in nero?

A noi giovani dispiace che il nostro paese non riesca più ad offrirci la promessa di un diritto al lavoro come pure afferma enfaticamente la nostra Carta Costituzionale: un Paese formalmente fondato sul lavoro che è un bene che scarseggia e che, anche quando raggiunto, non sempre è accompagnato da adeguate tutele e da una retribuzione dignitosa, sufficiente per mantenere sé e magari pensare ad una famiglia.

 

Comprendo le provocazioni di Colonna ma ragioni anche da padre e non solo da datore di lavoro: Quale futuro riserva il nostro bel Paese ai suoi figli, magari ai figli di chi un padre “importante” non lo ha alle spalle?

Una delle poche strade percorribili è emigrare in cerca di nuovi sbocchi professionali e di una maggiore gratificazione economica, senza l’incubo ricorrente della necessità di raccomandazioni e conoscenze per ottenere qualsiasi cosa. Partiamo da qui, dai mali cronici del nostro mercato del lavoro, e solo dopo parliamo delle colpe e dei vizi, che certo non mancano, di noi giovani.

 

Maryna Kozlova

Studentessa di Economia aziendale

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

@KozlovaMaryna

 

 

 

Giovani e adulti: nuove alleanze

di Giovanni Prodan

  

Oggi i giovani vogliono entrare nel mondo lavoro? I posti di lavoro ci sono, ma sono proprio gli italiani a non voler lavorare.

Recentemente Antonello Colonna, famoso chef stellato e imprenditore romano, ha affermato che i giovani italiani preferiscono evitare i lavori minori e l’ardua scalata della piramide professionale per ottenere fin dal principio l’occupazione da sempre sognata.

I giovani sono stati etichettati negli anni da politici e noti imprenditori con un mix di termini come bamboccioni, pigiamados, choosy. L’immagine che ne deriva è quella di giovani pigri, che preferiscono rimanere comodamente a casa piuttosto che accettare mansioni lavorative ai loro occhi degradanti. Questo modo di pensare piuttosto diffuso deriva dal fatto che siamo ancorati all’idea che basti la volontà per avere successo. Nei decenni precedenti la buona volontà e la determinazione erano senz’altro l’unica via per entrare nel mondo del lavoro, ma il contesto economico-sociale odierno non premia più nello stesso modo di prima tale comportamento. Non è possibile quindi valutare la situazione attuale con la mentalità passata, senza considerare il contesto storico di oggi.

 

Forse in parte è vero che la media dei giovani italiani riveli nei fatti meno propensione al sacrificio poiché più abituata a disporre di ogni comodità. Certamente la cultura del “fare fatica” e del guadagnarsi le cose col sudore è meno presente in questa generazione rispetto a quella passata. Quindi probabilmente è vero che esiste una “cultura delle scorciatoie” che porta dritto “in cima alla montagna col paracadute”. Tuttavia questa malsana idea di un facile successo privo di sacrificio e gavetta, è il risultato anche di un comportamento poco esemplare che viene costantemente offerto ai giovani da chi li dovrebbe preparare, aiutare, guidare. Gli esempi ricevuti dagli adulti, a cui i giovani guardano, ispirandosi ad essi, contribuiscono a far credere, erroneamente, che la fatica vera non premi più e che non porti molto in alto. Ruoli di prestigio assunti senza merito, carriere facili, competizione spietata con colpi bassi e poca onestà. Questo scenario, insieme ad una pur presente cattiva predisposizione dei più giovani, contribuisce a demolire l’attitudine al sacrificio e a rendere non desiderabile la costruzione di un percorso personale faticoso che permetta di crescere sul posto del lavoro.

 

Molti giovani non si riconoscono nelle etichette che vengono loro affibbiate dai media. Eppure c’è sempre da imparare ascoltando gli altri. Se la mia generazione si guardasse allo specchio vedrebbe preziosissimi valori che forse ha smarrito, per colpa o per disattenzione. I piccoli passi hanno sempre condotto gli uomini verso grandi mete. Ed il sacrificio necessario per realizzare piccole conquiste professionali e personali diventa indispensabile per chiunque voglia provare a costruirsi un futuro. Nello specchio però, dietro ai giovani, ci sono gli adulti, che dovrebbero interrogarsi sulla qualità della società che offrono alle nuove generazioni, sul loro esempio quotidiano a cui noi giovani guardiamo incessantemente cercando risposte.

 

Giovanni Prodan

Studente di Economia aziendale

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

@giopro17

 

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