7 febbraio 2014

Lezioni di Employability/18 – Vi racconto la mia versione dell’alternanza

Sonila Daja


Tutti i giorni qualcuno, in televisione o sui giornali, attribuisce a noi giovani un aggettivo con connotazione negativa. Ogni giorno si parla di noi di noi e del nostro futuro, senza che nessuno si sia soffermato a guardare i nostri occhi per capire la rabbia che proviamo, le inquietudini nascoste, le paure che continuano a superare le speranze. Quelle speranze che avevamo quando credevamo di diventare “grandi” varcando il cancello universitario, assumendo così le responsabilità di non fallire, di non deludere noi stessi e le nostre famiglie.

 

Al giorno d’oggi l’università è un “lusso” non per tutti. Qualcuno di noi ha vissuto scene da film, a tavola con i propri genitori che con le lacrime agli occhi provano a spiegare l’impossibilità di quel “lusso”, perché prima ci sono le spese, la rata del mutuo, l’indispensabile.

 

Così che si spezzano i sogni di tanti ragazzi e inizia quel circolo vizioso dell’invio di Curriculum Vitae senza ricevere mai una risposta. A volte invece c’è chi non molla, decide di mantenersi agli studi e continua a credere in quel sogno di diventare “qualcuno” e a convincersi che un giorno ce la farà…

 

Con tanto di fortuna, la giornata di chi non molla inizia alle 5:30. Suona la sveglia e sai che il lavoro ti aspetta. C’è chi crede ancora nei giovani, quell’imprenditore che ti guarda negli occhi e vede in te la voglia di farcela, la tua fiducia nel futuro e decide di non spezzare quei sogni. Per quello ti ha assunto nella sua impresa facendoti fare un part-time in fabbrica e per lo più cercando di venire incontro alle tue esigenze universitarie.

 

Ti guardi intorno e sai di essere fortunata perché dall’estate del 2010 e per tutte le estati successive fino alla maturità, qualcuno ha deciso di investire in te, di credere in te dandoti un’occasione di lavoro nonostante l’università potrebbe essere un problema in termini organizzativi nei suoi processi produttivi.

Quel capo che ogni dipendente vorrebbe, che ti ascolta e ti capisce, ti sostiene e si informa su come vanno i tuoi esami, ti dice di tenere duro e ti parla della realtà imprenditoriale in Italia.

 

Davanti a lui ci sono io, che ascolto e lo osservo attentamente, pensando dentro di me che è una “fortuna” vivere questa realtà. Nonostante la fatica e la crisi, riesco a vedere l’opportunità che mi è stata offerta. Molti miei colleghi universitari, più fortunati in apparenza, non vivono questa energia e non si sentono i veri protagonisti del tempo in cui vivono.

La politica del lavoro, i sindacati, l’Italia che diventa sempre meno competitiva, le belle parole di chi attraverso televisione, radio, giornali, illustra soluzioni teoriche non seguite da fatti.

 

L’unica soluzione che gira nella testa di noi giovani è di scappare via con il titolo della laurea in mano, andando a cercare quel futuro, quell’occasione per mostrare le conoscenze che però sembrano non bastare più. Il mercato richiede competenze che si acquisiscono sul campo.

 

Allora ci chiediamo perché le aziende non cercano di avvicinarsi a noi, perché non ci fanno entrare nella loro dura realtà per renderci veramente conto di quanto per loro sia difficile questo mercato?

I giovani hanno bisogno di toccare con mano la realtà, di vederla con gli occhi: “prima di parlare occorre capire e i libri non bastano, ascoltare le persone, tutte, aiuta a stare con i piedi per terra”, riecheggiano in me le parole del mio professore di Diritto del lavoro.

 

Forse le imprese non hanno capito quanto per noi sia importante il dialogo impresa-università, a noi serve qualcuno che inizi a credere in noi dandoci un’occasione. Siamo stanchi delle etichette, dei marchi. Dietro ognuno di noi c’è una storia di vita, di voglia, di futuro, di sogni e di speranze. È facile fare di tutta l’erba un fascio, ma in questo modo perderemmo i racconti di molti giovani che, per permettersi il lusso dell’università, iniziano la giornata alle 5:30 per arrivare alle 23:00 stremati, addormentandosi su un libro. Questo perché molti di noi hanno fame di realizzarsi e determinazione.

 

Energie che non ci fermano di fronte a niente, spirito di cui nemmeno le congiunture economiche negative possono privarci.

 

Se riuscissimo ad avere l’appoggio delle imprese, di chi è stato giovane qualche anno fa e sa cosa significa, forse sarebbe più “semplice” farci sentire, perché avremmo più voce insieme e costruiremmo un futuro migliore.

 

Sonila Daja

Studentessa Economia aziendale

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

@daja_soni

 

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