23 novembre 2015

Le ragioni di una legge per il riconoscimento e la valorizzazione del lavoro di ricerca nel settore privato

Michele Tiraboschi


Human Technopole, un polo tecnologico di avanguardia che ospiterà 1.600 ricercatori: è questo il futuro dell’area utilizzata per Expo 2015. Una idea a dir poco suggestiva, quella lanciata lo scorso 10 novembre dal Premier Renzi. Una bella notizia e, tuttavia, neppure in questo caso viene affrontato nel nostro Paese il tema di come valorizzare e promuovere, anche in chiave giuridica e contrattuale, il lavoro di ricerca in impresa.

 

Con quali contratti saranno assunti questi 1.600 ricercatori, specie quelli provenienti da altri Paesi? Quali i percorsi di carriera? Quali le gratifiche economiche e professionali? Quali le prospettive occupazionali e di ricollocazione in caso di cessazione o sospensione delle relative attività? Quali gli incentivi alle imprese che assumono? Quali le dinamiche giuridiche del lavoro dei ricercatori in reti di impresa e distretti? Quale spazio per la ricerca indipendente e a progetto?

 

La legislazione italiana non affronta nessuno di questi temi cruciali così come quasi nessuno degli oltre 450 contratti collettivi nazionali di lavoro del settore privato menziona e tanto meno disciplina, con regole ad hoc, questo peculiare gruppo di lavoratori che, per quanto strategico in chiave di innovazione e sviluppo, ancora oggi ricade in una opaca area grigia a cavallo tra sistema produttivo e università che è no man’s land, terra di nessuno.

 

Solo da noi, e certamente nei Paesi meno sviluppati, la parola “ricerca” rimane associata alla vecchia idea di missione pubblica e di lavoro accademico. Eppure non poche imprese italiane fanno ricerca di altissimo livello affiancate da reti e distretti della innovazione che nulla hanno da invidiare alle università e ai migliori centri di ricerca a livello mondiale con cui anzi spesso collaborano anche in assenza di un sistema con logiche spesso informali che funzionano per la pazienza e l’ostinazione di uomini e donne di buona volontà. Si tratta di veri e propri hub della conoscenza e piattaforme open acess di cooperazione tra pubblico e privato, in cui come ADAPT pensiamo di collocarci sin dalla nostra nascita, popolati da start up, freelance, lavoratori a progetto, creativi e progettisti del cambiamento che tuttavia ancora non trovano riconoscimento e adeguata regolazione. Parziale e ancora non pienamente compresa è la dimensione iniziale dei percorsi di ricerca in azienda come l’apprendistato di alta formazione e ricerca e i dottorati industriali che però, al termine dei rispettivi percorsi, non trovano adeguati sbocchi professionali come abbiamo provato a evidenziare in alcuni recenti studi (M. Tiraboschi, Dottorati industriali, apprendistato per la ricerca, formazione in ambiente di lavoro. Il caso italiano nel contesto internazionale e comparato, in DRI, n. 1/2014) e come quotidianamente constatiamo nell’ambito della nostra Scuola di dottorato ADAPT così come dal confronto con le migliori pratiche internazionali in quei progetti di ricerca sui dottorati innovativi in cui ADAPT è coinvolta.

 

In tutto il mondo – e anche in Italia – il modo di fare impresa è cambiato: lo dimostra, su tutte, la rivoluzione di Industry 4.0 che stiamo indagando con alcuni soci di ADAPT proprio in chiave di competenze e profili professionali innovativi nell’ambito di importanti progetti di ricerca finanziati dalla Commissione europea. Nella stessa grande trasformazione del lavoro sempre meno rilevano compiti e mansioni meramente esecutivi del Novecento industriale e sempre meno trovano applicazione quei meccanici processi imitativi o riproduttivi che hanno caratterizzato i metodi di produzione e organizzazione del lavoro di stampo fordista e taylorista. Anche la più recente evoluzione della riflessione pedagogica, sociologica e manageriale segnala una tendenziale evoluzione delle aziende da “organizzazioni economiche” finalizzate, anche per espressa definizione codicistica, alla mera produzione o allo scambio di beni e servizi, a vere e proprie “learning organization”, in cui sono sempre più diffuse figure professionali ibride, a metà tra la ricerca scientifica e la gestione del cambiamento nei processi produttivi e organizzativi, che integrano lavoro, apprendimento, ricerca e progettazione generando un elevato valore aggiunto in termini di innovazione nei processi produttivi e/o dei modi di erogare servizi. In questa evoluzione dei modi di fare impresa i ricercatori rivestono, dunque, un ruolo essenziale, decisivo per il presidio dei processi produttivi e dei nuovi mercati incentrati sulla interconnessione tra sistemi intelligenti. Sistemi che tali sono non certo per la dose più o meno massiccia di tecnologia di nuova generazione utilizzata quanto per le persone, progettisti e moderni ricercatori, che li fanno vivere e lo alimentano in un incessante sviluppo.

 

Al fine di sostenere il loro adeguato riconoscimento occorre definire un moderno sistema legislativo e di relazioni industriali che sappia definire e contrattualizzare, anche in termini di misurazione e compensazione del relativo valore e della differente produttività, queste figure professionali. Né più né meno di quanto richiede la Carta europea dei ricercatori e Codice di condotta per l’assunzione dei ricercatori che, da tempo, invita gli Stati membri a migliorare le condizioni di lavoro e le opportunità di crescita per i ricercatori perfezionando i metodi di assunzione e i sistemi di valutazione delle carriere anche al fine di istituire sistemi di sviluppo professionale più trasparenti e accettati a livello internazionale quale condizione per un vero mercato europeo del lavoro di ricerca.

 

È a queste istanze di riconoscimento e valorizzazione del lavoro di ricerca – a partire da quello dei tanti ricercatori di ADAPT oggi contrattualizzati come meri impiegati – che vogliamo ora rispondere. E lo facciamo attraverso la presentazione di un vero e proprio progetto di legge che, grazie alle decisive sollecitazioni culturali e progettuali del Gruppo Bracco, abbiamo elaborato in questi mesi, a partire dal convegno internazionale promosso nel 2014 da ADAPT e Università di Bergamo sul lavoro di ricerca. Un progetto e una proposta che ora vogliamo condividere e migliorare con tutti voi attraverso l’attivazione di una piattaforma di cooperazione a cui vi invito ad aderire scrivendomi direttamente alla mail tiraboschi@unimore.it.

 

Nelle prossime settimane attiveremo tutte le iniziative possibili per promuovere e valorizzare il lavoro sin qui fatto e quello che faremo con chi vorrà prendere parte alla iniziativa certi che, prima o poi, di questa iniziativa dovranno farsi carico le istituzioni competenti e i responsabili della azione di governo a tutti i livelli pena condannare il nostro Paese a una progressiva marginalità nel nuovo scenario economico internazionale.

 

Michele Tiraboschi

Coordinatore scientifico ADAPT

@Michele_ADAPT

 

Delega al Governo per il riconoscimento e valorizzazione del lavoro di ricerca nel settore privato  

 

Progetto di legge su Riconoscimento e valorizzazione del lavoro di ricerca nel settore privato
Relazione illustrativa 
Articolato 

 

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