Le parole del lavoro: un glossario internazionale/7 – Self-employment, lavoro autonomo e autoimpiego

Martina Ori

 


Autoimpiego e lavoro autonomo. Se ne parla molto in questi ultimi tempi come possibile via per combattere la disoccupazione. Anche il Parlamento europeo ha recentemente posto l’attenzione sul tema, sottolineando la necessità di introdurre tutele sociali per tutti, inclusi i lavoratori autonomi, approvando una risoluzione in cui si evidenzia come negli ultimi anni il lavoro autonomo abbia rappresentato oltre il 15% dell’occupazione totale nell’UE, diventando perciò di fondamentale importanza per l’economia dell’Unione.

 

Dal punto di vista terminologico e concettuale, soprattutto agli occhi di chi guarda i temi del lavoro attraverso le lenti della comparazione, la risoluzione è innovativa in quanto in diversi punti ribadisce la centralità della questione definitoria. Il testo richiama infatti anzitutto la necessità di introdurre definizioni chiare di “lavoro autonomo” a livello nazionale poiché l’assenza di definizioni aumenta il rischio del lavoro autonomo fittizio e può ostacolare l’accesso alle tutele sociali.

 

In secondo luogo, incoraggia l’adozione di definizioni condivise a livello europeo affermando che “l’esistenza di diversi status di lavoratore autonomo negli Stati membri richiede soluzioni volte a migliorare il coordinamento della sicurezza sociale dei lavoratori autonomi onde evitare di limitare la libera circolazione dei lavoratori”.

 

Infine, arriva ad affermare che potrebbe essere utile dare una definizione di “lavoro autonomo fittizio” per prevenire abusi, violazioni e dumping, non ritenendo evidentemente sufficiente o abbastanza tutelante dover ricavare a contrario tale definizione.

 

Nell’inglese delle istituzioni internazionali, si è sempre registrata una notevole incertezza su quale fosse il termine più appropriato da utilizzare per descrivere questa categoria di lavoratori. L’OIL utilizza il termine “self-employed worker”, “own-account worker”, sottolineando tuttavia la difficoltà nel dare a questi termini definizioni applicabili a tutti gli Stati Membri. L’Unione europea utilizza il termine “self-employed person”, definito nella Direttiva 2010/41/UE come “chiunque eserciti, alle condizioni previste dalla legislazione nazionale, un’attività lucrativa per proprio conto”. L’OCSE in Entrepreneurship at a Glance 2011 definisce gli autonomi come «those who work in their own business, professional practice or farm for the purpose of earning a profit» (persone che hanno una attività propria, esercitano una pratica professionale, lavorano nella propria azienda agricola allo scopo di ricavare un profitto).

 

L’Unione europea tende ad utilizzare il termine in maniera generale ed inclusiva per distinguerlo da “employee”, ovvero il lavoratore che ha un rapporto di lavoro subordinato con il datore, servendosi talvolta anche del termine “independent worker” proprio ad indicare la contrapposizione con il lavoratore dipendente (di lì lo European Forum of Independent Professionals). L’aspetto dell’indipendenza è evidenziato anche nel termine “freelance”, “freelancer” o “freelance worker”, tuttavia poco utilizzato nel quadro internazionale perché concettualmente meno inclusivo e più ambiguo, storicamente tratto dal romanzo Ivanhoe di Sir Walter Scott che per primo lo utilizzò per indicare i soldati mercenari (free-lance, lancia libera).

 

In Italia è il codice civile all’articolo 2222 a definire il lavoratore autonomo come colui che si obbliga a compiere, verso un corrispettivo, un’opera o un servizio con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti di un committente.

 

Recentemente tuttavia, nel dibattito pubblico si è fatta strada un’altra parola: autoimpiego. Anche se dal punto di vista lessicale condivide con “lavoro autonomo” il medesimo concetto di autonomia, intesa come libertà, indipendenza, rischi e responsabilità, il termine “autoimpiego” si è diffuso rapidamente nel dibattito pubblico con una connotazione ben precisa. Esso viene utilizzato specificatamente per riferirsi non solo e non tanto al lavoro autonomo “tradizionale”, quanto più alla possibilità di superare il problema della disoccupazione (in particolare dei giovani) costruendosi ed inventandosi un lavoro, creando nuovi lavori, nuove attività, o ancora modalità innovative, diverse e creative di lavorare.

 

Martina Ori

Scuola internazionale di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT-CQIA, Università degli Studi di Bergamo

@martina_ori

 

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11 febbraio 2014