7 gennaio 2020

Lavoro, perché nelle città si votano i partiti pro-Europa e in provincia no?*

Francesco Seghezzi


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Bollettino ADAPT 7 gennaio 2020, n. 1

 

Non è la prima volta, e probabilmente non sarà l’ultima, che la mappa di un voto importante mostra un evidente e marcato dualismo tra grandi città e provincia e anche tra centri e periferie delle città stesse. è successo nel referendum sulla Brexit, è successo nelle elezioni americane ma anche in Italia nelle ultime elezioni politiche tanto quanto in quelle europee, nelle elezioni francesi e in molti altri paesi del mondo, ed è successo la scorsa settimana in Inghilterra. Le mappe parlano chiaro: nelle città si concentrano i voti ai partiti pro-europa, che predicano apertura verso i mercati globali, spesso celebrano l’innovazione, la tecnologia e l’inclusione.

 

Elezioni UK 2019, fonte: Financial Times.

 

 

Voto Brexit, fonte: Financial Times.

 

 

Elezioni USA 2016, fonte: New York Times.

 

Al contrario le province premiano quei partiti o quei leader, nel caso di Trump e Johnson ad esempio, che si pongono in antitesi con queste tesi, propongono soluzioni più isolazioniste, ritengono che la difesa dell’interesse nazionali passi da una chiusura verso l’esterno, immaginano spesso un ritorno ad una età dell’oro dove molti dei problemi della contemporaneità saranno eliminati proprio grazie al ritorno all’azione volta a difendere l’interesse nazionale. Si tratta certamente di una visione semplificata e approfondita meglio da molti analisti in altre sedi. Occorrerebbe infatti tenere conto della grande eterogeneità tra partiti e soprattutto tra i leader. Il caso di Corbyn e delle idee radicali da lui proposte nell’ultima campagna elettorale è tra i più interessanti, come vedremo, perché pur con esse non è riuscito ad intercettare un voto che l’ha inchiodato probabilmente più all’essere identificato come un partito no Brexit (pur con tutte le ambiguità) che altro.

 

Il lavoro come chiave di lettura

 

Nelle campagne elettorali spesso si sono messi a tema argomenti direttamente legati a questa dialettica apertura-chiusura, in particolare quello dell’immigrazione, ma soprattutto quello dell’atteggiamento nei confronti dell’apertura dei mercati che ha guidato molto del dibattito sull’Europa (sia nel caso Brexit sia in quello delle elezioni europee) e quasi tutta la campagna elettorale di Trump. Ed è su questo secondo aspetto che è importante concentrare l’attenzione.

 

Elezioni politiche italiane 2018, fonte: You Trend

 

Infatti il lavoro, che è la forma più diretta con la quale l’andamento dell’economia incontra la grande maggioranza dei cittadini elettori, è da anni ormai la principale preoccupazione secondo tutti i sondaggi delle persone che si trovano a vivere all’interno di una perenne incertezza generata da una crisi economica dalla quale solo poche realtà territoriali e pochi settori produttivi sono veramente usciti. La correlazione tra voti a partiti anti-sistema e tassi di disoccupazione sembra chiara (come mostra il grafico di You Trend sul caso italiano e come ha mostrato il Wall Street Journal nel caso delle elezioni di USA del 2016). Il timore che paesi come la Cina possano, come spesso accade, colpire alcune delle produzioni manifatturiere che garantivano buona occupazione è ampiamente diffuso. Quello che la tecnologia necessaria per rimanere sul mercato non faccia altro che rubare lavoro lo è ancora di più, e questo lo temono soprattutto quelle persone impegnate nei lavori più facilmente sostituibili come mostra questo grafico del Financial Times.

 

Fonte: Financial Times

 

E lo stesso tema dell’immigrazione non può essere ridotto a quello della sicurezza, ma ha un profondo impatto derivante proprio dal timore di chi potrebbe rubare lavoro magari chiedendo salari inferiori.

 

Territori, paure e elezioni

 

Sono tematiche che generano preoccupazione in tutti, anche coloro che più sposano le dinamiche di trasformazione in corso non negano che il rischio di una mancata gestione della transizione è elevato. Ma chi vede solo il lato peggiore del quadro è chi è geograficamente, e quindi spesso economicamente e socialmente, distante dai quei luoghi nei quali è possibile individuare, seppur non senza criticità, gli aspetti positivi dell’apertura ai mercati internazionali, degli investimenti in innovazione e tecnologia, di un lavoro che cambia ma che può garantire miglior qualità e reddito. E sappiamo che tutto questo oggi avviene molto più nelle città, e soprattutto in quelle che sanno attrarre e valorizzare il capitale umano e l’innovazione, che nelle provincie e nelle zone più rurali dei paesi. In questi territori si paga ancora il conto della crisi con molte imprese manifatturiere che non sono in grado di reggere la competizione internazionale spesso a causa anche della mancata innovazione e del mancato ammodernamento dei loro processi e dei loro prodotti. Questo genera un senso di smarrimento e di paura sia nei lavoratori che, ancor di più, in chi un lavoro l’ha perso e non riesce più a ritrovarlo. E la risposta spesso non viene trovata in chi fatica ad ammettere queste criticità e anzi le nega, o a chi offre soluzioni che vengono percepite come ancora largamente inserite in dinamiche dalle quali i loro territori sono tagliati fuori. Spesso queste dinamiche sono coperte da statistiche troppo ampie per cogliere i cambiamenti, pensiamo solo al fatto che proprio l’Inghilterra ha i livelli di occupazione più alti della sua storia ma dietro a questi si nasconde un calo (che la accomuna ad altri paesi tra cui l’Italia) delle ore pro-capite lavorate.

 

Fonte: Feel poor, work more Explaining the UK’s record employment, Resolution Foundation

 

Oltre l’economia, un disagio più profondo

 

E tutto questo sembra generare un disagio che si pone ad un livello molto più profondo rispetto a quello economico, è un livello antropologico e psicologico di chi si sente escluso e tagliato fuori maturando negli anni cinismo, rassegnazione e rancore. La crisi degli strumenti di appoggio ai quali si era abituati e che contribuivano a generare una solidità e una tranquillità di fondo all’interno di quell’entità tutt’altro che solida che è il mercato genera una crisi più radicale. Un disagio che è crisi del proprio rapporto con il mondo, figlio della crisi del rapporto tra persona e lavoro, laddove il lavoro ha avuto nel corso del Novecento una centralità mai vista prima nella costruzione dell’identità. Alla lunga anche chi propone soluzioni semplici non potrà non scontrarsi con questo disagio antropologico, che non può essere alleviato se non da una risposta che sia all’altezza della domanda, cosa che oggi non accade. Si è visto bene proprio in queste elezioni in cui il partito labourista ha proposto soluzioni economiche radicali, pensando forse di intercettare la radicalità della domanda politica contemporanea, venendo però ugualmente punito forse proprio perché non è una risposta economica quella che serve ma un insieme di soluzioni che facciano ritrovare fiducia e speranza a chi intorno a sé vede crisi e isolamento.

 

La sfida principale, e che richiederà molto tempo, è proprio quella della lenta ricostruzione dei legami sociali che proprio il lavoro, così come la scuola, aveva tessuto negli anni e che oggi non possono ricostruirsi nello stesso modo in cui ciò è avvenuto nel Novecento. Gli attori stessi come le imprese, i partiti, i sindacati devono portare nel lavoro e nei territori quella risposta che oggi una quota crescente di persone trova nel volontariato, ad esempio. Per far questo occorre ascoltare quali sono le problematiche e costruire insieme, senza calarle dall’altro con ricette anche giuste, soluzioni abbandonando le categorie del passato senza buttare con esse principi di giustizia, inclusione, relazione che sono insiti nella scelta stessa di cercare un lavoro e di svolgerlo. E questo deve essere fatto nei territori, perché è da essi che passerà sempre di più la sostenibilità o il fallimento del nostro modello economico.

 

Francesco Seghezzi

Presidente Fondazione ADAPT

@francescoseghezz

 

*pubblicato anche su Il Sole 24 Ore, 17 dicembre 2019

 




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