Lavoro, perché il Jobs Act non ha ridotto la precarietà

Francesco Nespoli, Francesco Seghezzi (Avvenire, 10 marzo 2017)


Il dibattito sull’efficacia e sui risultati del Jobs Act prosegue senza tregua sin dai giorni successivi all’approvazione dei primi decreti. Un dibattito alimentato dalla moltiplicazione di dati disponibili, diffusi periodicamente da diverse fonti, in particolare Istat, Inps e Ministero del lavoro. Spesso ciò ha permesso diverse licenze interpretative, utilizzate per far sostenere o meno ai numeri tesi precostituite. A seconda della fonte, si utilizzano tipologie di dati differenti, frutto di indagini di natura diversa e che forniscono informazioni altrettanto distinte. Alla luce delle ultime diffusioni è però oggi possibile fornire un quadro complessivo non tanto dell’efficacia del Jobs Act, quando dell’andamento del mercato del lavoro negli ultimi due anni. E facciamo questa precisazione in premessa perché uno dei principali vizi del dibattito è stato, ed è, proprio considerare la recente riforma del lavoro come l’unica causa delle dinamiche occupazionali successive.

Andando per ordine e volendo iniziare dai dati amministrativi, i dati di flusso elaborati dall’Inps hanno registrano nel 2015 un consistente aumento dei contratti a tempo indeterminato, pari a 934mila in più rispetto all’anno precedente. Questo a conferma del fatto che l’effetto della decontribuzione (più che quello della riforma dell’articolo 18), nel 2015, è stato evidente.

 

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