21 maggio 2014

Lavoro e tumori: quali tutele?

Michele Tiraboschi

 


È possibile lavorare durante e dopo il cancro? Una domanda che in tanti si pongono se lunedì 12 maggio è stato presentato all’Università degli Studi di Milano un progetto ad hoc “PRO JOB”, che nasce dalla collaborazione tra diverse realtà, tra le quali AIMaC (Associazione italiana malati di cancro), la Fondazione Insieme contro il Cancro, Aiom, Università degli studi di Milano, l’Istituto Nazionale Tumori del capoluogo lombardo.

 

Lo scopo sembra scontato ma si prefigge un obiettivo ambizioso: promuovere con le imprese l’inclusione dei pazienti oncologici nel mercato del lavoro. Ambizioso perché coglie la sfida del progresso medico.

 

Fino a pochi anni fa, infatti, le percentuali di persone guarite dal cancro erano molto basse. Oggi, con il progresso della ricerca e delle cure oncologiche, l’attenzione è rivolta non solo agli aspetti medici, ma anche alla qualità della vita del malato e alla sua inclusione sociale, a partire dal diritto al lavoro. L’evoluzione delle cure, inoltre, consente spesso a molti di poter lavorare durante il periodo di malattia e ciò lancia nuove sfide all’economia e alla normativa lavoristica italiana.

 

La situazione infatti non è delle più semplici, come fotografano i dati forniti dall’Istituto Piepoli, che ha condotto una indagine per conto di AIMaC. In seguito alla diagnosi il 78% di coloro che si ammalano cambia lavoro, il 36,8% si assenta, il 20,5% lascia il lavoro, mentre il 10,2% è costretto a dimettersi oppure a cessare l’attività in caso di lavoratore autonomo. In Italia ci sono circa 700 mila persone con diagnosi di cancro in età lavorativa e il 97% sempre secondo i dati della citata indagine, vuole continuare a lavorare ed essere attivo nella società a conferma di alcune evidenze empiriche che segnalano la grande valenza terapeutica (psicologica, sociale ed economica) del lavoro sul malato oncologico.

 

Un primo passo normativo su questo fronte è stato compiuto oltre dieci anni fa. Infatti la legge Biagi consente al lavoratore e ai suoi familiari, che prestano assistenza (i c.d. caregiver), il diritto al part-time che, assieme ai congedi e ai permessi, può consentire una migliore conciliazione tra lavoro e cure mediche. Eppure, dopo un congro periodo di applicazione, risulta che questo diritto sia utilizzato solo dal 7% dei malati. Pesano l’aspetto culturale e i timori del paziente stante lo stigma che ancora colpisce il malato di cancro. Altrettanto carente è, tuttavia, l’attuazione della legge Biagi nella prassi delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva, mentre ancor più lacunosa è l’opera di informazione che pure è stata sostenuta dalla attività della Consigliera di Parità, con un codice etico elaborato con la collaborazione di ADAPT, e da un prezioso opuscolo divulgativo del quadro delle tutela a cura dell’AIMaC.

 

Il problema va affrontato con determinazione se è vero che, in futuro, una persona su due si ammalerà di tumore e che già oggi in Italia sono ben 700.000 le persone con diagnosi di cancro in età lavorativa.

 

Non si tratta di scrivere nuove leggi, è urgente applicare quelle buone già esistenti. Per questo appaiono preziose iniziative come PRO JOB.

 

L’obiettivo è quello di far comprendere alle imprese che i malati oncologici che lo desiderano, possono e devono lavorare, non necessariamente nella stesso ruolo ricoperto prima della diagnosi. Per far questo occorre sviluppare strumenti, metodi nuovi e un know-how specifico in materia per garantire un buon clima (organizzativo), evitare lo stress lavoro-correlato puntando, piuttosto, al benessere organizzativo.

 

Grazie a questo progetto le imprese saranno meno sole nello sforzo di consentire ai propri dipendenti di lavorare anche nel periodo di malattia e dopo la guarigione. Con il vantaggio di ridurre i conflitti e le situazioni di mortificazione che, alla lunga, finiscono per incidere sull’immagine dell’impresa stessa.

 

È fondamentale che sia lavoratori sia le aziende siano informati sulle tutele giuridiche ed economiche previste per poter gestire nel migliore dei modi la “crisi” individuale ed aziendale generata dalla patologia tumorale.

 

Il progetto promosso dall’AIMaC (Associazione italiana malati di cancro), nel completare un processo di sensibilizzazione delle imprese da tempo avviato, ma rallentato dalla crisi economica degli ultimi cinque anni (si veda il progetto ADAPT finanziato dalla Commissione europea Promoting new measures for the protection of women workers with oncological conditions by means of social dialogue and company-level collettive bargaining), merita attenzione e sostegno da parte di tutti perché un diritto non utilizzato diventa alla lunga un diritto negato.

 



* Il presente articolo è pubblicato anche in La Nuvola del Lavoro, 21 maggio 2014.

 

 

Michele Tiraboschi

Coordinatore scientifico ADAPT

@Michele_ADAPT

 

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