C’è una lezione del voto che porta all’occupazione

Francesco Seghezzi, Michele Tiraboschi (Avvenire, 7 dicembre 2016)


Dopo alcuni giorni dal referendum che ha portato alle dimissioni del governo Renzi e all’apertura di una crisi ancora poco decifrabile iniziano ad essere disponibili elementi che consentono di analizzare in modo più approfondito il voto di domenica. Che la consultazione non fosse totalmente incentrata sui contenuti della riforma della Costituzione è chiaro. Così come è chiaro che qualsiasi referendum non può essere letto al di fuori del contesto storico e socio-economico nel quale si colloca. E su questo fronte le dinamiche più interessanti da prendere in considerazione sono quelle legate al mercato del lavoro. L’analisi dei flussi elettorali ci mostra chiaramente come vi sia una correlazione tra i tassi di disoccupazione e inattività, soprattutto giovanile, e il rifiuto del progetto riformatore avanzato da Matteo Renzi proprio in nome degli esclusi e dei più deboli. Se si analizzano i risultati su base provinciale sono solo 13 le province in cui il Sì è prevalso e si tratta proprio di quelle in cui i tassi di disoccupazione giovanile sono sotto il 30%. Tasso comunque elevatissimo e che spiega il fatto come anche nelle province in cui esso si trova tra il 15 e il 30% il No ha prevalso ampiamente. È bene ricordare i numeri: in Italia oggi il 36% delle forze lavoro giovanili è disoccupato e oltre 2 milioni di under 29 rientrano nella categoria dei Neet.

Un esercito, si direbbe. E proprio come un esercito sembra essersi mosso in modo compatto, senza alcuna differenza geografica, in una ‘spedizione punitiva’ verso quello che ha identificato come un governo delle promesse non mantenute. Un governo che, nonostante la tardiva promessa di una decontribuzione totale per le assunzioni di giovani del Mezzogiorno, evidentemente viene percepito come distratto rispetto ai bisogni del Paese. In particolare sul tema del lavoro: l’Italia mostra ancora oggi infatti i segni di una profonda lacerazione, un quadro molto diverso rispetto alla comunicazione di superficie incentrata sullo slogan ossessivo della ‘svolta buona’ che, nonostante la parziale crescita degli occupati, troppi non hanno visto. A partire proprio dai tanti ragazzi che si sono iscritti al programma ‘Garanzia Giovani’ per poi neppure essere chiamati per un colloquio preliminare. La stessa dinamica si può riscontrare sia per quanto riguarda i disoccupati senza distinzioni di fasce d’età, che in Italia ammontano a quasi 3 milioni e gli inattivi, pari a 13,6 milioni…

 

Continua a leggere su avvenire.it




PinIt