26 ottobre 2015

L’American Dream esiste ancora e ritrova la sua strada attraverso l’apprendistato

Guido Dalponte e Giulia Rosolen


L’economia americana cresce e continua a creare nuovi posti di lavoro. A settembre 2015 sono stati 142 mila (un po’ meno del previsto), col tasso di disoccupazione sceso ai minimi da sette anni, attestandosi al 5,1% (cfr BLS, Bureau of labour statistics US Department of labour, The Employment situation, october 2015). Ma come direbbero loro, all that glitters is not gold. I salari rimangono fermi, in molti Stati continua ad aumentare il numero di americani che rinunciano alla ricerca di un lavoro e soprattutto quello di giovani che non partecipano alla vita sociale attiva (cfr. Measure of America, Opportunity Index, 2015). Le opportunità per i giovani americani di trovare un impiego si sono significativamente ridotte in tutti i settori: tra il 2007 e il 2015 il tasso di occupazione dei 15-29enni è diminuito di quasi 10 punti percentuali, laddove invece quello degli adulti fa registrare importanti trend di crescita (cfr. LS, Bureau of labour statistics US Department of labour, Employment and Unemployment Among Youth, August 2015).

 

Che gli States abbiano rinunciato all’american dream e stiano diventando un paese per vecchi? Forse. Secondo gli studi più autorevoli gli US si confermano un LIFO – Last In First Out – Country ovvero uno di quei Paesi dove per i giovani è più difficile entrare e più facile uscire dal mercato del lavoro (Cfr. G. S. Field, Segmented Labour Market Models in Developing Countries, Cornell University Press). Altro che land of hope and dreams, insomma, soprattutto perché le barriere non sono normative o economiche, ma culturali. Una sfida, l’ultima, che il governo Obama ha raccolto e fatto sua, mettendo a sistema una serie di iniziative e politiche per affrontare con fermezza il tema delle transizioni occupazionali e del mismatch tra domanda e offerta di lavoro a partire dal rafforzamento della cooperazione pubblico-privato e del dialogo tra università e imprese. Più facile a dirsi che a farsi in un Paese come gli US dove più della metà delle imprese dichiara di prediligere al momento di effettuare una nuova assunzione lavoratori “ready to use” e afferma di non essere disponibile ad investire in percorsi di formazione “duale” (cfr. Springboard Project, Lifelong Learning: An Essential Factor in Workforce Success and Global Competitiveness, 2015). Il ritorno dell’investimento in formazione sfugge e tende ad essere visto come una perdita di tempo dalle imprese americane, concentrate a cercare altrove la via della perduta competività. Questo è il nodo della questione, e il numero uno della White House, dopo un ventennio di ritrosia, è pronto ad affrontarla con uno strumento che i suoi predecessori avevano archiviato, quello delle politiche pubbliche (cfr. R. Lerman, Should Public Policies Encourage Employer-Led Training? Can They Do So?”, Urban Institute position paper, 2015). Il tema è come rendere gli investimenti pubblici in formazione più reddittivi rispetto alle esigenze di occupabilità dei giovani e a quelle di competitività delle imprese. Una prima soluzione è quella di aumentare gli investimenti in formazione duale o comunque ri-bilanciarli rispetto a quelli dedicati alla formazione “formale”, la seconda è quella di mettere al centro delle politiche del lavoro e dell’educazione il tema delle competenze, la terza è quella di agire sul piano culturale sensibilizzando il mondo della scuola e dell’impresa sulla strategicità della formazione duale (R. Lerman, Expanding Apprenticeship Opportunities in the United States, Brookings 2014). In linea con queste tre evidenze, l’American Apprenticeship Initiative (AAI) avviato dal Governo Obama, si incardina su cinque assets strategici: a) collegare il salario alle competenze conseguite dall’apprendista; b) rendere trasparenti ed esportabili le competenze acquisite nei percorsi di apprendistato attraverso il rilascio di certificati e titoli c) favorire la mobilità professionale e geografica dei percorsi in apprendistato d) rendere i percorsi di apprendistato non alternativi ma integrati ai piani di studio di college, high school e community college e) accrescere l’appeal dell’apprendistato attraverso campagne di comunicazione promozionali targetizzate sui giovani, le scuole e le imprese. Tali obiettivi vengono realizzati attraverso la costruzione di un sistema i cui tratti ricordano per molti aspetti la youth guarantee europea. I giovani e le imprese per aderire all’AAI devono richiedere la registrazione ad un “portale” gestito dal ministero del lavoro che verifica i requisiti e si occupa di mettere in comunicazione la domanda e l’offerta creando ponti di collegamento con le scuole e le università. Una vera e propria rivoluzione per gli US dove, dopo il JTPA Evaluation, il Congresso ha guardato con sospetto ad ogni intervento pubblico di politica attiva e si è astenuto dall’affrontare direttamente la “questione giovanile”. Non proprio una scelta felice se consideriamo i dati sull’occupazione e l’occupabilità dei giovani ed i numeri poco edificanti relativi alla situazione sociale dei giovani americani. Non era scontato che il Governo Obama riuscisse a trovare il modo per mettere d’accordo (quasi) tutti e per porre al centro del dibattito presidenziale il tema della formazione duale. Uno degli aspetti più innovativi dell’AAI riguarda l’introduzione della possibilità riconosciuta agli apprendisti di usufruire di percorsi accelerati per il conseguimento della laurea. Ciò avviene grazie alla del RACC (Registered Apprenticeship College Consortium): i college e i community college che partecipano al RAAC riconoscono agli apprendisti-studenti “crediti formativi” che li esonerano dalla frequenza di alcuni corsi e dalla preparazione dei relativi esami. Un provvedimento emblematico che da una parte vuole avvicinare il mondo dei college a quello delle imprese e dall’altra accrescere il numero di giovani in possesso di titoli di formazione terziaria, per restituire agli US il sogno americano. Non è un caso che Obama. abbia anche deciso di tenere il commencement del 2015 non ad Harvard, a Stanford o a Berkley ma in un community college del south dakota dove agli studenti ha spiegato così la sua presenza: «so that’s why I came here today – to this little tiny school, in this little tiny town. I didn’t come here to inspire you. I came here because you, the graduates, inspire me. That’s why I came here. You have lived through some of the toughest economic times in your country’s history, and you still chose to come here and invest in yourself, because you still believe that America is a place where you can make it if you try. That’s what hope is the belief that even if today is hard, with a little hard work, there’s something better around the bend”. Non solo ridare agli americani il “sogno”, ma fare in modo che il Paese delle diseguaglianze diventi più inclusivo e sempre più catalizzatore di opportunità, per tutti.

 

Mentre negli States si parla di formazione duale, di sogno, qui da noi gli uffici tecnici del Ministero del lavoro si apprestano ad approvare il DM che dovrebbe attuare le previsioni del d.lgs. n. 81/2015 in materia di apprendistato duale. Cosa ci aspettiamo? Poche rigidità e molta “ispirazione”, perché solo se abbiamo in mente il “senso” possiamo pensare di cambiare le cose, rendendo l’apprendistato la nostra high road verso la grande trasformazione del lavoro.

 

 

Una trasformazione che deve farsi strada costruendo un più efficace dialogo tra scuola e impresa attraverso la progettazione di percorsi di occupabilità. capaci di valorizzare i giovani all’interno delle imprese e il contributo che questi possono offrire ad esse in termini di innovazione, cambiamento, competizione.

 

Guido Dalponte

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT, Università degli Studi di Bergamo

@GuidoDalponte

 

Giulia Rosolen

Ricercatrice ADAPT

@GiuliaRosolen

 

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