10 febbraio 2020

L’altra garanzia. Poche certezze e molti paradossi per la pensione di garanzia per i giovani

Michele Dalla Sega, Francesco Nespoli


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Bollettino ADAPT 10 febbraio 2020, n. 6

 

Da lunedì scorso (3 febbraio 2020) il dossier sulla previdenza che occupa il tavolo di confronto tra governo e sindacati è aperto alla voce “pensione di garanzia per i giovani”. Un obiettivo che sembra trovare concordi tutte le parti in campo, ma che incontra diversi ostacoli sia sul piano delle risorse finanziarie, sia su quello della comunicazione sociale e politica.

 

Dal punto di vista delle voci di bilancio, il nodo è piuttosto semplice da descrivere. L’obiettivo è quello di battezzare un istituto che garantisca anche a coloro che hanno cominciato a lavorare dopo il 1996 un trattamento minimo al quale altrimenti, dopo la riforma Dini, non avrebbero diritto. Secondo la proposta presentata nella piattaforma avanzata da Cgil, Cisl e Uil, il valore di questo trattamento non potrebbe essere inferiore a quello dell’attuale Pensione di Cittadinanza, ossia 780 euro – livello al quale verrebbero integrati gli assegni minimi. Determinare i costi di un’operazione del genere significa formulare delle ipotesi sulla platea dei destinatari, un punto che è già portatore di implicazioni politiche e comunicative. È evidente infatti che includere tutte le carriere discontinue cominciate dopo il 1996 costringerebbe a parlare non tanto di una pensione di garanzia per i giovani, quanto di un nuovo assegno minimo tout court.  In questo senso, la soglia pari a quella della Pensione di Cittadinanza è individuata al fine di non creare una disparità di trattamento rispetto ai cittadini che versano in condizioni di particolare svantaggio economico e che beneficiano quindi della misura assistenziale basata sul reddito (Pensione di cittadinanza). Quello dei 780 euro sarebbe poi, nella proposta dei sindacati, un livello minimo da cui partire, che possa crescere in proporzione al numero degli anni lavorati. Se così non fosse, potrebbe determinarsi una situazione nella quale, prevedendo di raggiungere una pensione che comunque si aggiri attorno al livello minimo, un soggetto attivo sul mercato del lavoro si trovi disincentivato a versare. Si tratta quindi di un meccanismo i cui dettagli sarebbero determinanti per garantire l’equità della misura.

 

Il riferimento al target dei giovani rivela, a ben vedere, i maggiori limiti politici e comunicativi dell’operazione. In primo luogo i detrattori avranno gioco facile a denunciare il comportamento dei sindacati, che non solo hanno difeso il mantenimento per il 2020 della costosa anticipazione dei pensionamenti permessa da Quota 100, ma nella piattaforma presentata ora al governo propongono che venga garantita una maggiore flessibilità in uscita, che sia predisposta una piena rivalutazione delle pensioni in essere e che venga quindi superata strutturalmente la legge Fornero. Tutti interventi che favorirebbero non i giovani, ma i lavoratori più prossimi alla pensione e coloro che ne hanno già avuto accesso.

 

Altra accusa sul piano tecnico e comunicativo sarebbe poi quella che puntasse il dito contro l’utilizzo del concetto di “garanzia”, parola che, quando associata proprio alla categoria dei “giovani”, rimanda ai limiti del più grande piano di politiche attive della storia d’Italia: quella “Garanzia Giovani” che doveva tutelare i suoi destinatari sul piano del lavoro, e non su quello del non-lavoro. In altre parole, la vera sicurezza di un futuro previdenziale non consiste tanto in un meccanismo automatico, quanto nella messa in condizione di costruire una carriera contributiva che, per quanto variegata, sia continua. Obiettivo che passa appunto sia dall’ingresso effettivo nel mondo del lavoro (e quindi la creazione di nuove opportunità di occupazione), dall’efficacia della gestione delle transizioni occupazionali e dall’accessibilità di strumenti integrativi come la previdenza complementare. Un meccanismo quest’ultimo ancora sconosciuto a una vasta platea di lavoratori e che continua ad essere il “grande assente” nelle politiche del governo, concentrate negli ultimi anni quasi esclusivamente del primo pilastro.

 

In ultimo, in prospettiva meramente comunicativa, la misura di una pensione di garanzia giovani sconta il paradossale limite di consenso proprio presso quelle coorti anagrafiche che dovrebbero beneficiarne. Diverse ricerche negli ultimi anni (si veda ad esempio quella di State Street e Prometeia) hanno infatti stimato che siano proprio le leve meno anziane a dimostrarsi più disaffezionate al tema delle pensioni, a serbare meno fiducia nell’adeguatezza della futura pensione o a ritenerla una preoccupazione “da anziani”. Il difetto fondamentale della pensione di garanzia per i giovani è allora quello di essere un colpo a vuoto dal punto di vista del messaggio. Promuovere un intervento a favore dei giovani non servirà infatti a riequilibrare la percezione di un conflitto generazionale, del quale i sindacati sostengono l’inesistenza. Ciò semplicemente per il fatto che sono proprio i giovani a non percepire né una contrapposizione tra i loro interessi  interessi e quelli dei più anziani, né un problema di sostenibilità per il sistema pensionistico.

 

Lo ha rilevato chiaramente la sesta indagine campionaria del Mefop (2019), una società costituita dal Ministero dell’Economia e delle Finanze della Repubblica Italiana, con l’obiettivo dello sviluppo del Mercato dei Fondi Pensione. L’indagine riporta come ben il 34% dei giovani intervistati concordasse con l’affermazione secondo la quale “le regole pensionistiche devono essere alleggerite anche se questo avrà effetti sulla spesa pensionistica e sulle tasse da pagare per i giovani”.

 

Questa distonia percettiva non è incomprensibile. Si pensi ad un giovane sotto-occupato che vive nell’abitazione dei suoi genitori, prossimi alla pensione. E ancora si pensi alla diffusa credenza, smentita dai fatti, ma spesso sfruttata dalla comunicazione politica, secondo la quale ad ogni nuovo pensionato corrisponderebbe un nuovo posto di lavoro per un giovane.

 

Emerge quindi la conseguenza paradossale che i giovani non siano né irritati da Quota 100 (anzi in alcuni casi possono percepirla addirittura come misura a loro vantaggio), né interessati al dibattito attorno ad un meccanismo di adeguamento minimo per la loro pensione futura.  Per tutti questi motivi, e di fronte alle attuali incertezze dal punto di vista lavorativo per i giovani, l’idea di avere una pensione di garanzia nel futuro, lascia il campo, piuttosto, a preoccupazioni riguardanti la propria stabilità economica attuale. E in questi termini, la pensione di garanzia non pare avere un effetto rassicurante.

 

Individuare i limiti di una pensione di garanzia per i giovani dal punto di vista della comunicazione non significa certo affermare che la materia previdenziale non meriti di essere trattata pensando ai giovani lavoratori di oggi. Fare questo significa però proprio inquadrare la questione in un’ottica sistemica, che tenga conto della sostenibilità del debito pensionistico e della cultura previdenziale che manca ai giovani.  Allo stato attuale invece non sembra che si stia imboccando la strada del riequilibrio: sindacati e governo si muovono piuttosto in uno stretto spazio di manovra che permetterà forse di conservare l’etichetta di “garanzia per i giovani”, con benefici limitati sul piano delle ricadute immediate e con effetti economici imprecisati nel medio-lungo termine.

 

Michele Dalla Sega

ADAPT Junior Fellow

@Michele_ds95

 

Francesco Nespoli

ADAPT Research Fellow

@Franznespoli

 




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