20 febbraio 2017

La voragine dei trentenni

Michele Tiraboschi *


Si moltiplicano le voci critiche sul Jobs Act anche da parte di chi, prima della rovinosa caduta di Matteo Renzi, ne aveva acriticamente promosso contenuti e annunci alimentando la grancassa della propaganda e con essa speranze e attese rimaste oggi amaramente deluse. Si moltiplicano anche gli appelli per occuparsi della grave situazione occupazionale dei giovani italiani senza però che una sola parola sia stata spesa sulle ragioni del flop del programma ³Garanzia Giovani² che pure, come abbiamo denunciato su Panorama in tempi non sospetti, era facilmente prevedibile. La moda italiana di abbandonare al loro destino le leggi una volta scaricato il Governo che le ha promosse non aiuta ad aggrendire il problema andando oltre i reiterati annunci e le soluzioni di facciata. Su tutte la robusta e propagandata misura di decontribuzione del “lavoro stabile² che si è rivelata un clamoroso boomerang per le casse dello Stato senza aver creato occupazione aggiuntiva soprattutto per i nostri giovani.

 

E qui è necessario intendere esattamente chi sono i nostri “giovani” senza scadere, da un lato, nel giovanilismo e, dall¹altro lato, in un atteggiamento altezzoso nei confronti di bamboccioni, choosy e sfigati vari. Ed è anche necessario capire a quali indicatori guardare per effettuare una seria diagnosi al nostro mercato del lavoro. Se infatti l’attenzione spesso si concentra sulla fascia d’età 15-24 anni, denunciando giustamente il mastodontico 40% di giovani disoccupati, questo dato potrebbe essere poco indicativo per valutare lo stato di salute del mercato e l’effetto delle riforme. Nel nostro Paese, e non è certo cosa di cui vantarsi, i giovani hanno percorsi di studio che terminano ben oltre i 24 anni, mentre gli stessi giovani e le loro famiglie danno ormai per scontato di svolgere i primi lavori al termine del percorso scolstico o universitario attraverso una sequenza di tirocini come se lo studio non fosse servito a nulla.

 

In realtà il dato più interessante e al tempo stesso drammatico è quello della fascia d’età tra i 25 e i 34 anni ed occorre osservarlo non tanto dal punto di vista dei tassi di disoccupazione quanto da quello degli inattivi e degli scoraggiati che un lavoro non lo cercano neppure. E si scopre così che se nel 2007, alle porte della crisi, lavoravano 70 persone su 100 in questa fascia d’età, oggi sono 60. Per capire la gravità di questi numeri basti pensare che il target europeo per l’occupazione tra i 20 e i 64 nel nostro Paese è del 75%. E non ci si può difendere con l’argomento demografico, sostenendo che l’invecchiamento della popolazione svuota le fila delle armate dei giovani. Qui parliamo di tassi di occupazione, un dato depurato dagli aspetti demografici.

 

Stiamo quindi espellendo dal mercato del lavoro la generazione con più laureati della storia del nostro paese e con maggiore attitudine alle tecnologie di nuova generazione. Un paradosso che fa male, e che le politiche degli ultimi anni hanno alimentato, ovviamente insieme al peso della crisi economica. La decontribuzione generalizzata infatti ha premiato quei lavoratori più maturi, magari in situazioni di disoccupazione a causa di ristrutturazioni aziendali, che le imprese non dovevano formare, o ha fatto sì che venissero stabilizzati lavoratori già occupati nelle imprese stesse. Non quindi una politica per i giovani. E peraltro neppure una politica di vera stabilizzazione se si considera il dato del superamento dell¹articolo 18.

 

Non esistono certamente ricette preconfezionate per risolvere un problema tanto grave. E però la politica non può sentirsi esente da colpe se non si occupa neppure delle cose più banali come evitare un inutile spreco di risorse pubbliche, come avvenuto con la decontribuzione ma ancor di più con “Garanzia giovani². Qualcuno hai mai letto e controllato gli annunci fantasioni e in taluni casi persino contrari alla legge pubblicati anche in questi giorni sul sito del Ministero del lavoro?

 

Recentemente la Commissione Europea, che critichiamo quando ci pone davanti i nostri limiti e che non sfruttiamo quando ci mostra strade moderne, ha lanciato l’idea di una “Garanzia delle competenze”. E sembra davvero questa la tutela e l’aiuto più grande per un giovane che si affaccia in un mercato del lavoro fluido e talvolta burrascoso, e che può aiutare a navigarlo lungo le rotte che ancora non conosce. Se i vecchi mercati del lavoro stabili non esistono più, la cosa più importante per un giovane non sono competenze specifiche ma quel saper essere e saper apprendere che oggi consente alle imprese di fare innovazione. E per far questo occorre un mondo della scuola che cambi completamente l’impostazione formativa nei confronti del trasferimento di nozioni. Una scuola che riscopra la sua vocazione originaria di formazione integrale della persona. E uno sviluppo e una diffusione degli apprendistati scolastici, per costruire percorsi di alternanza scuola lavoro che siano veramente utile per giovani e imprese. Cosa ben diversa dal mettere a disposizione, ancora una volta con fondi pubblici, un mini-esercito di 1.000 tutor per il dialogo scuola e impresa che è facile immaginare andranno ad alimentare il precariato del para-pubblico una volta esaurite le risorse in dotazione.

 

Seconda urgenza è quella di partire al più presto con un vero sistema di politiche attive che abbia al centro non tanto il mercato del lavoro in sé ma strumenti di presa in carico della persona del lavoratore, accompagnandolo nel percorso di carriera attraverso transizioni occupazionali, momenti di disoccupazione e momenti di formazione.

 

Il punto davvero critico resta però una seria riflessione sulla idea di lavoro nella grande trasformazione in atto della economia e della società indotta da fattori demografici e ambientali e da un tumultuoso progresso tecnologie. Ci pare infatti illusorio intestardirsi sull’utilizzo di contratti a tempo indeterminato che, dopo il Jobs Act, hanno ormai perso il connotato della stabilità e che soprattutto, come mostrano i trend dei nuovi avviamenti post-decontribuzione, non rispondono più alle esigenze della nuova economia e sempre spesso, anche se si ha paura a dirlo chiaramente, dei lavoratori. A ben vedere è proprio questo intestardirsi a far sì che chi vuole rapporti di lavoro più flessibili e autonomi, sempre in collaborazione con imprese, debba ricorrere a strumenti senza tutele e che portano a redditi miseri.

 

Michele Tiraboschi

Coordinatore scientifico ADAPT

@Michele_ADAPT

 

*Pubblicato anche su Panorama, il 16 febbraio 2017

 

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