Formazione, la scuola ridotta a circo della competizione

Angélique Del Rey (Avvenire, 30 agosto 2018)


Fare della valutazione degli allievi un mezzo che stabilisce chi può riuscire meglio o peggio nella vita genera una mentalità dove ciascuno pensa solo a farcela in barba agli altri

 

Quando si è insegnanti, si vede spesso la competizione come un valore positivo. In sala professori si sente regolarmente questa lamentela: «Quando non ci sono voti in vista, gli allievi non studiano più». È un fatto: gli allievi prendono molto sul serio l’attribuzione di voti ai loro lavori e al loro rendimento scolastico, e tendono a identificare le loro capacità con i voti ricevuti in questa o quella materia. Inoltre si confrontano fra loro attraverso il voto, traendone ora un motivo di orgoglio, ora un motivo di vergogna o un certo disprezzo di sé stessi. E’ vero anche che la maggior parte studia “per il voto”, cioè in uno spirito di competizione con gli altri, e a certuni basta un voto basso per demotivarsi e perdere ogni speranza di cavarsela in un modo o nell’altro in quella competizione. Si può certo deplorare questa interiorizzazione dello spirito competitivo nelle aule scolastiche, ma non va ignorato che per parte loro gli allievi ne sono ben poco responsabili. Si tratta di qualcosa che gli è stato insegnato insieme alla matematica e al francese…

 

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