13 marzo 2017

La scomparsa dei lavori routinari. Gli effetti della automatizzazione nel mercato del lavoro

Gabriele Scappaticci


Una recente ricerca condotta da economisti delle Università del South Carolina, del British Columbia e di Manchester pubblicata sul U.S. National Bureau of Economic Research si è occupata di approfondire ulteriormente un tema che costituisce la conseguenza del fenomeno della automatizzazione del lavoro; vale a dire la progressiva scomparsa dal mercato del lavoro degli impieghi aventi ad oggetto lo svolgimento di compiti routinari.

Come già ampiamente rilevato dalla ricerca scientifica sul tema (vedasi di recente: “The rysk of automation for jobs in OECD countries”, M. Arntz, T. Gregory, U. Zierahn, 2016), l’automatizzazione produce tra i suoi effetti la scomparsa dei lavori ripetitivi e manuali in quanto l’uomo viene sostituito dalle macchine e pertanto aumenta la disoccupazione, fenomeno che incide principalmente nella occupazione della cd. middle class.

 

La ricerca recentemente elaborata da G. M. Cortes, N. Jaimovich e H. Siu, “Disappearing routine jobs: who, how, and why?”, approfondisce oggi le conseguenze della automatizzazione individuando i soggetti maggiormente colpiti da tale fenomeno.

Utilizzando una suddivisone dei lavoratori in tre categorie di età che rispecchiano i differenti stadi di professionalità degli individui (20-29, 30-49, 50+), la ricerca afferma che i lavori routinari stanno progressivamente scomparendo, spingendo i lavoratori meno istruiti verso lavori manuali sempre meno remunerati, sebbene non routinari, oppure verso la non partecipazione al mercato del lavoro stesso.

 

Difatti, l’aumento della automatizzazione nei lavori routinari genera un abbassamento delle retribuzioni per i lavori routinari. Tale fenomeno spinge i lavoratori verso i lavori manuali.

Si rileva infatti che l’occupazione nei lavori routinari del mercato Statunitense sarebbe passata dal 40% della popolazione in età da lavoro nel 1979, al 31% della popolazione nel 2014.

Tale fenomeno contribuisce dunque alla progressiva scomparsa dei lavori della cd. middle class, ponendo tali tipologie di lavoratori di fronte a un bivio: lo spostamento verso lavori manuali, o l’uscita dal mercato del lavoro.

 

Soprattutto però, tale ricerca dimostra come tale fenomeno non abbia solamente colpito l’occupazione nel ceto medio, ma soprattutto che esso abbia principalmente aggredito un gruppo preciso ed omogeno di soggetti, vale a dire le persone più giovani e nella loro prima fase di lavoro.

 

Difatti la ricerca attribuisce oltre un terzo della scomparsa della occupazione nei lavori routinari negli ultimi 40 anni ai giovani lavoratori con bassa istruzione e bassa esperienza (dai 20 ai 49 anni) e ai giovani lavoratori di sesso femminile con poca esperienza di lavoro ma medio livello di istruzione.

La valutazione che è legittimo dedurre da tale ricerca è che lo sviluppo della automatizzazione potrebbe aver contribuito all’elevata percentuale di disoccupazione giovanile che caratterizza le recenti decadi e che sembra essere un elemento strutturale del mercato del lavoro moderno.

Tale ricerca assume dunque un valore molto importante, in quanto dimostrerebbe sostanzialmente che in un mercato del lavoro caratterizzato dalla automatizzazione la prima fase lavorativa della vita di un individuo è incompatibile con le occupazioni caratterizzate da lavori routinari e che richiedono bassi livelli di istruzione.

 

Tuttavia da tale ricerca emerge necessariamente anche che l’esperienza del lavoratore rimane un valore aggiunto all’interno del ciclo produttivo, che permette all’uomo di ritagliarsi uno spazio nel mercato del lavoro moderno, e che tuttavia esclude i soggetti più giovani.

Pertanto si conferma l’importanza del lavoro dell’uomo, inteso però non come svolgimento di singoli compiti ripetitivi, bensì come lavoro interamente gestito dallo stesso, oppure lavoro a completamento di quello svolto dalla macchina.

Molte ricerche in passato si sono occupate di misurare il capitale Ict dei singoli paesi per comprendere lo sviluppo di tale fenomeno o di misurarne l’incidenza sull’occupazione per comprenderne l’effetto, al contrario il contributo di questa ricerca consiste nella dimostrazione che l’automatizzazione trascina i lavoratori in una spirale tra disoccupazione e lavori manuali non routinari, che incide maggiormente sui lavoratori più giovani.

 

Tale studio conduce pertanto verso conclusioni già consolidate dalla ricerca scientifica presente sull’argomento, come quelle che affermano la necessità dell’uomo di ricavarsi un ruolo complementare al lavoro svolto dalla macchina all’interno del processo produttivo, oppure verso quelle che affermano soluzioni più difensive che possono consistere nella tassazione del lavoro automatizzato, come la recente proposta di Bill Gates di introdurre negli ordinamenti tributari specifiche tassazioni sul lavoro delle macchine impiegate nei processi produttivi.

Tuttavia per affrontare tale fenomeno appare inevitabile maturare primariamente la consapevolezza dell’esistenza di una tassazione ancora molto elevata del lavoro dell’uomo che potrebbe non essere più compatibile con lo scenario della automatizzazione dei processi produttivi, oltre alla necessità di investire maggiormente nell’istruzione e nello sviluppo di skill compatibili al lavoro delle macchine.

 

Gabriele Scappaticci

ADAPT Junior Fellow

@gabscappaticci

 

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