La maturità e il tempo delle scelte. Oltre la paura del lavoro che finisce

Francesco Seghezzi


ADAPT - Scuola di alta formazione sulle relazioni industriali e di lavoro
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Gentili membri della commissione,

 

sono venuto a sostenere questa prima prova curioso di cosa poteva propormi il nostro Ministero dell’Istruzione. Dopo aver letto le tracce ho scelto di affrontare quella sul rapporto tra lavoro e la tecnologia, tema che mi pare caldo, direi scottante. Il prossimo anno ero intenzionato ad iscrivermi alla facoltà di Filosofia ma, dopo aver letto tutti i dati contenuti nei testi delle tracce, sono stato assalito da una grande paura. A leggere le ricerche dei luminari citati ho capito infatti all’istante che con questa scelta mi sarei ritrovato ben presto nella grande compagnia dei giovani disoccupati italiani. Allora ho deciso di dedicare queste ore di prova per pensare a cosa fare a partire da settembre, non capita spesso aver 6 ore di silenzio per riflettere. Ho pensato per prima cosa di fare l’ingegnere, in fondo mi è sempre piaciuto costruire cose e governare processi complessi, insomma i Lego da piccolo erano il mio gioco preferito. Poi ho visto che al posto degli ingegneri ci saranno i robot, a quanto pare faranno tutto loro, e impareranno da soli, faranno il copia incolla di quello che vedono, lo elaboreranno e lo rifaranno, senza bisogno degli ingegneri.

 

Niente, rinuncio, da Oxford mi hanno convinto. Allora ho pensato di fare medicina, va beh c’è il test d’ingresso ma il dottore è un lavoro sicuro, magari anche dentista. Ma poi le previsioni hanno smorzato il mio entusiasmo, robot e algoritmi anche qui. Analisi che si fanno da sole, ricerche nei database che trovano le cure autonomamente e soprattutto microchip che ci renderanno immortali (ho visto che in Silicon Valley ci credono davvero). Niente dottore, peccato. Allora ho pensato che forse era il caso di buttarsi nel mondo finanziario, che non mi è mai piaciuto, ma in cui bastano pochi anni per fare il soldo facile. Ma in questo caso le previsioni si sono abbattute impetuose e apocalittiche. A quanto pare gli algoritmi hanno già distrutto questa professione, non me ne ero accorto, distrazione adolescenziale. Magari l’avvocato, qualcosa tipo Perry Mason visto che la stazza c’è e la parlantina anche. Ma a quanto pare esistono già i robot lawyers anche qui, non me ne ero mai accorto ma i robot sono proprio dappertutto. Forse potrei fare l’operaio. Ah no Gad Lerner mi ha detto che non esistono quasi più. Allora da Mc Donald che neanche mi dispiace avere il 10% di sconto e già ci ho fatto l’alternanza scuola-lavoro. Ma no, neanche qui, ormai solo totem touch screen. Ed è andata avanti così per queste prime quattro ore, ho pian piano scartato l’autista di camion, il commesso, il gelataio, il cameriere, il badante, l’operatore ecologico, il bidello e tanto altro a cui mai avrei pensato di prestare attenzione, cari professori.

 

Ma ad un certo punto un pensiero si è imposto, che si è subito trasformato in una serie infinita di domande. Ma perché se la maggior parte dei lavori del passato si sono trasformati oggi l’unico scenario è quello della scomparsa? Ma le persone non avranno più bisogno di lavorare? E poi, sarà proprio vero che le aziende vorranno eliminare i loro lavoratori? Davvero vorrebbero una fabbrica al buio? Io sul serio andrei ad un ristorante a farmi servire da un robot? Ma poi davvero un robot impara tutto da solo? E chi inventa il robot? Chi insegna a un robot? Ma davvero il badante robot? Ma i dati che dicono che il lavoro è in crescita in tutto il mondo? E, in ultimo, mi viene un dubbio: forse non è che parliamo della fine del lavoro perché non sappiamo come affrontare la trasformazione? Ecco, questa è una domanda che mi piace, ma ormai il tempo è scaduto. Mi sa che mi iscrivo a filosofia.

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di Adapt

Direttore ADAPT University Press

@francescoseghezz

 

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22 giugno 2017