9 novembre 2015

La grande trasformazione del lavoro incompresa (tornando da Bergamo)

Antonio M. Orazi


Se è vero, come è vero, che è in atto una grande trasformazione del lavoro, sembra di poter dire che essa sia incompresa nella sua devastante – per le idee ricevute – inevitabilità e, perciò, contrastata dalla maggior parte degli studiosi del diritto del lavoro, trincerati dietro le barriere giuridiche innalzate a seguito della rivoluzione industriale sviluppatasi nel novecento e ostili al cambiamento del paradigma del lavoro, in genere, e del proprio lavoro, nella usata disciplina, in particolare.

 

In un andante ostinato e continuo si insiste a voler leggere e veder disciplinate le nuove forme del lavoro, come quelle digitali o delle piattaforme, con le vecchie categorie del lavoro dipendente, cercando disperatamente di ribadire le garanzie, usate e abusate, del passato, tentando in tutti i modi di ricreare un clima rivendicativo di diritti, vecchi e nuovi, in un tempo in cui ciò non è più possibile, almeno contingentemente, a causa della imperante globalizzazione.

 

Infatti, quando la competizione si sviluppa a tutto campo con scarse ed inefficienti regole mercantili, anche travolgendo le regole più elementari della correttezza sul piano dei rapporti di lavoro, in un feroce dumping sui diritti, tra lavoratori di Paesi di più antico sviluppo e Paesi di recente o incipiente sviluppo, tra Paesi di antica democrazia e Paesi di recente o incompleta democrazia o, persino, privi di democrazia, la difesa di uno status quo è impossibile.

 

Tuttavia, se non possiamo accettare di competere sui diritti, nel senso di ridurli al di sotto di quelli che oramai sono i nostri standard di civiltà, possiamo rivalutare i doveri e possiamo cercare di sviluppare una democrazia industriale, nella quale si confrontino e si armonizzino le ragioni dei lavoratori e quelle dell’impresa o, meglio, si coniughino efficacemente le ragioni di tutti gli attori della produzione di beni e servizi.

 

Fermo restando che tornare a rammentare e a praticare una cultura dei doveri, non debba intendersi tanto come corrispettività, ma anche, e soprattutto, come un senso di autoconsapevolezza, del proprio ruolo nel mondo, del bisogno di essere uomini svolgendo una qualunque funzione, qualsiasi lavoro, in maniera degna e responsabile, affermando così la propria umanità nell’intimo foro della coscienza, prima ancora che nel mondo del lavoro.

 

Perciò risulta sempre più difficile considerare adeguato a disciplinare la grande trasformazione del lavoro, che ci attende, un diritto del lavoro improntato principalmente alla tutela del lavoratore nel rapporto di lavoro e, ma soltanto secondariamente, alla gestione di un mercato del lavoro; mentre le vestali di questo diritto del lavoro guardano con distacco, per non dire con sospetto, tutte le ipotesi di collaborazione e partecipazione.

Mentre sarebbe più logico e opportuno inserire i lavoratori, in qualsiasi modo prestino la loro opera, e i loro diritti, finalmente uniformati ad un livello comune, sostenibile dal mercato, nel quadro unitario della concorrenza, da intendere come valore primario da promuovere e da difendere, considerando il lavoratore come un normale consumatore, rendendolo libero di scegliere il suo percorso di vita e di lavoro e responsabile del suo destino, e difendendo questa libertà.

 

Un destino nel quale non c’è, e non deve esserci, uno Stato etico che tutto veda e a tutto provveda, sia perché lo Stato nazionale, già in crisi da oltre un secolo, sta esaurendo la sua funzione storica, sia perché non esiste – almeno fino ad ora non è esistita – una etica comune a tutti. Invece tutti possono sentirsi accomunati dal senso della libertà, in tutte le sue declinazioni. Così se riuscissimo a rendere il lavoro libero, salvo un minimo di regole semplici, forse lo vedremmo volare.

 

 

Antonio M. Orazi

ADAPT Professional Fellow

@occamorazi

 

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