22 gennaio 2015

La Grande Trasformazione del Lavoro – Al Jobs Act mancano l’anima e una visione del lavoro che cambia

Francesco Seghezzi, Michele Tiraboschi


Dopo la tormentata stagione dei giuslavoristi, tocca ora agli economisti. Sono loro ad aver delineato, sulla scorta delle proposte di Blanchard e Tirole di inizio millennio, l’impianto del Jobs Act italiano che rimpiazza ora, anche in termini concettuali e di filosofia, le riforme di Tiziano Treu e di Marco Biagi completando, almeno in parte, il disegno tracciato nel 2012 da una altra economista, il Ministro Elsa Fornero.

 

Il cuore del Jobs Act sta nel passaggio, da tempo auspicato, dalle tutele “nel contratto” alle tutele “nel mercato” del lavoro. Nuovi ammortizzatori sociali universali e politiche di ricollocazione, di cui ancora invero non si vede traccia, in cambio di una maggiore flessibilità per le imprese nei licenziamenti e con una contestuale limitazione dei poteri di controllo giudiziale.

 

Già in altra sede abbiamo cercato di evidenziare i limiti progettuali e tecnici di questo intervento di riforma. Ancora più gravi a ben vedere, anche se meno evidenti, sono tuttavia i limiti culturali e di visione di un testo di legge incentrato sul contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato che certo non coglie le grandi trasformazioni tecnologiche e demografiche che incidono sull’economia e la società e, conseguentemente, sul lavoro.

 

Il legislatore italiano punta, in effetti su un modello contrattuale da tempo in declino, che non è, a ben vedere, il “contratto stabile” nella forma del contratto di lavoro a tempo indeterminato, quanto il modello storico del lavoro dipendente, incapace oggi di interpretare e leggere i nuovi modelli di produzione e impresa. E non poteva che essere così se a guidare il progetto di riforma sono riflessioni e analisi di tipo puramente economico che, nell’imputare la bassa propensione delle imprese italiane ad assumere ai vincoli presenti in materia di licenziamento, difettano di una visone di società che emerge dalla grande trasformazione in atto e di una correlata teoria antropologica della idea di lavoro. Perché il nodo non sono tanto i licenziamenti e le rigidità in uscita dal mercato del lavoro, quanto il radicale cambiamento dei modelli organizzativi e di impresa rispetto ai quali perde terreno l’idea del lavoratore scolpita nel Codice Civile del 1942, all’articolo 2094, come mero esecutore materiale di ordini e direttive del datore di lavoro a cui è affidato il potere di controllo e sanzionatorio e di cui il licenziamento è la massima espressione. Sempre più il lavoro è – e ancor più  sarà – connotato da tratti di autonomia e creatività che superano le logiche novecentesche di comando e controllo con conseguenti istanze di partecipazione e condivisione tanto dei rischi come dei risultati d’impresa.

 

Ecco perché il Jobs Act non è la rivoluzione copernicana promessa da Matteo Renzi. Non si negano passi in avanti. Ma sono tutti passi compiuti nel solco tracciato durante il Novecento industriale e ideologico che nega le moderne forme e rappresentazioni del lavoro che cambia. Mancano una anima e una visione che fuoriesca da logiche economiche peraltro datate. Ritorna qui il monito di Kaurl Polanyi, che ricordava come “non spetta all’economista, ma al moralista e al filosofo, decidere quale tipo di società debba essere ritenuta desiderabile.”

 

La citazione di Polanyi non vuole essere di rito, come capita in taluni eventi culturali e politici dove spesso riecheggia l’opera più famosa dell’autore ungherese, quella The Great Transformation che lo scorso anno ha visto i sessant’anni dalla sua pubblicazione. Piuttosto la nostra è una reazione a quanti hanno oggi accostato il Jobs Act di Matteo Renzi alla grande trasformazione del lavoro…

 

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Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di ADAPT

@francescoseghez

 

Michele Tiraboschi

Coordinatore scientifico di ADAPT

@Michele_ADAPT

 

 




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