La crisi del (diritto del) lavoro

Antonio M. Orazi

 


Il nostro diritto del lavoro sembra un morto che vive e marcia con noi, che operiamo nel mondo del lavoro vero, e fa danni; danni che conosciamo bene; danni che sempre più imbrigliano la competitività delle aziende e impediscono la gratificazione dei lavoratori.

 

Questo diritto morto, non più confacente al lavoro produttivo, dà invece un gran lavoro ai professori di diritto, agli avvocati, ai consulenti, agli operatori aziendali della gestione del personale e ai sindacalisti, dei lavoratori e dei datori di lavoro.

 

Un diritto che era nato e si è sviluppato eroicamente per difendere le giuste ragioni dei lavoratori in un tempo in cui non solamente non erano accettate ma neppure era compreso che, diversamente dalle macchine, il lavoratore aveva una mente e un cuore che potevano attivarsi e battere per il suo lavoro, per la sua azienda, per il suo mondo; per un mondo migliore, per una azienda più grande, per un lavoro più soddisfacente; per costruire un futuro per sé e per la propria famiglia.

 

Il diritto del lavoro è stato ucciso dalla superfetazione normativa e dalla superfetazione giurisdizionale, oltre che dalla esasperazione interpretativa variamente connotata ideologicamente.

 

Perché non ne prendiamo atto e torniamo al codice civile? Almeno per quanto riguarda il contratto di lavoro. Lasciando semmai uno spazio autonomo ad un diritto (triste, secondo la considerazione del prof. Pera) previdenziale ed un altro spazio ad un diritto della sicurezza sul lavoro.

 

Al tempo dello statuto del lavoro la parola d’ordine era: portare il diritto civile nella fabbrica; oggi la parola d’ordine potrebbe essere: accompagniamo il diritto del lavoro e i giudici del lavoro al cancello! Le parti sociali, gli imprenditori e i lavoratori sono cresciuti!

 

Oggi, fissando soltanto pochi principi generali e sgombrando il campo da molti vincoli, fissati dalla legge e spesso enfatizzati dalla giurisprudenza, potremmo lasciare libero spazio alla contrattazione.

 

Allora si che potremmo affrontare serenamente e con entusiasmo una nuova stagione della nostra storia del lavoro italiano.

Allora si che potremmo sperimentare e, procedendo per tentativi, trovare le soluzioni che, nelle diverse situazioni territoriali e nelle diverse condizioni concorrenziali, potrebbero essere più confacenti alle varie comunità di lavoro, che arricchiscono la nostra società.

Allora si che potremmo aprire un nuovo mercato del lavoro, con servizi articolati in funzione delle esigenze locali e temporali, con sostegni alla persona variegati e provvisori, sempre in funzione delle esigenze locali e temporali.

 

In via di estrema semplificazione si può pensare che, per avviare questa nuova stagione, bisognerebbe abrogare tutto quello che potrebbe essere definito il diritto pubblico del lavoro, salvi restando i dettami europei, ovvero cassare la ipertrofica estensione della inderogabilità.

Noi dovremmo trasferire dalla realtà al diritto il senso che niente può considerarsi acquisito per sempre, che tutto deve essere continuamente riconquistato con l’impegno e la responsabilità che non possono (più) essere esclusi dal mondo del lavoro.

 

Del resto, come è possibile, in una società liquida, costruire tipi contrattuali idonei a coniugare il rispetto delle regole di concorrenza tra le imprese e un corretto trattamento dei collaboratori?

Può valer la pena fare un tentativo in questo senso ma, nello stesso tempo, è opportuno essere consapevoli della possibilità che il risultato, qualunque risultato, possa venire frustrato dalla realtà effettuale.

 

Allora, se non si considera accettabile un ritorno, sic et simpliciter, al contratto di diritto civile, che è legge fra le parti, è forse meglio pensare a un doppio regime nel quale, pur esistendo uno o più tipi contrattuali, sia legittimo, a certe condizioni, costruire e concordare contratti atipici.

Può sembrare una abdicazione rispetto alla sovranità della legge ma, invece, può essere un recupero di sovranità di questa nel rispetto della libertà dei contraenti del mitico contratto sociale.

 

D’altronde, se l’ordinamento giuridico del lavoro sfiora l’ineffettività, perché vogliamo insistere in un continuum, complicato da una giurisprudenza ondivaga o tendenziosa, di norme che finiscono per somigliare troppo alle famose grida manzoniane?

Se non possiamo, come non possiamo, risolvere la dicotomia tra insider e outsider, facendo diventare tutti insider, accettiamo di essere tutti outsider e impegniamoci a costruire un vero, libero, efficiente mercato del lavoro.

 

Impegniamoci a costruire un sistema di sostegno al reddito e alla qualificazione, attraverso seri ammortizzatori sociali e adeguati schemi di formazione, dentro e fuori la scuola.

Perché, se vogliamo, come effettivamente vogliamo, preservare le conquiste dello Stato sociale, dobbiamo riconsegnare il compito della socialità allo Stato e riconsegnare ai cittadini la libertà di vivere la propria vita a modo loro.

 

L’opzione liberista, o iperliberista, come qualcuno potrebbe chiamarla, è oggi l’unica opzione seria per poter recuperare una migliore condizione di crescita e di sviluppo che potrà anche essere meno intenso, ma ci sarà sicuramente se lasceremo fare.

 

Antonio M. Orazi

Sindacalista

@occamorazi

 

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