10 settembre 2018

La centralità del lavoro nel messaggio economico di Papa Francesco

Valerio Gugliotta


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Quelle che Papa Francesco ha rilasciato nell’intervista al Sole 24 Ore del 7 settembre 2018, firmata da Guido Gentili, sono parole forti che rappresentato un duro monito nei confronti di un sistema economico che crea esclusi e scarti, in quanto mette al centro ed obbedisce soltanto a «un idolo, che si chiama denaro». Ma, al contempo, sono parole che parlano di futuro e sanno di speranza, in quanto auspicano l’impegno per un nuovo ordine economico, maggiormente inclusivo, comunitario e basato su nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e nuovi stili di vita.

 

Sullo sfondo di una netta critica a un modello economico che ha messo al primo posto il profitto e che ha creato la falsa illusione che l’attività finanziaria – a discapito dell’economia reale – potesse creare crescita e sviluppo, Francesco ha sottolineato come sia la disoccupazione la principale conseguenza di un «sistema economico che non è più capace di creare lavoro». E afferma: «L’attività economica non riguarda solo il profitto ma comprende relazioni e significati. Il mondo economico, se non viene ridotto a pura questione tecnica, contiene non solo la conoscenza del come (rappresentato dalle competenze) ma anche del perché (rappresentata dai significati). Una sana economia pertanto non è mai slegata dal significato di ciò che si produce e l’agire economico è sempre anche un fatto etico».

 

L’agire economico deve, allora, tenere unite azioni e responsabilità, giustizia e profitto, produzione di ricchezza e la sua redistribuzione e deve superare la centralità dell’attività finanziaria, mettendo piuttosto al centro la persona umana e il lavoro. Secondo il Pontefice, infatti, «l’attuale centralità dell’attività finanziaria rispetto all’economia reale non è casuale: dietro a ciò c’è la scelta di qualcuno che pensa, sbagliando, che i soldi si fanno con i soldi. I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro. È il lavoro che conferisce la dignità all’uomo non il denaro».

 

Un tema centrale lungo tutta l’intervista, infatti, è proprio quello del lavoro, su cui il Papa offre una profonda riflessione, parlandone da prospettive di lettura diverse.

 

In primo luogo, ne legittima la rilevante funzione sociale che esso ha per la persona: «L’idea che il lavoro sia solo fatica è abbastanza diffusa, ma tutti esperimentano che non avere un lavoro è molto peggio di lavorare. (…) Lavorare fa bene perché è legato alla dignità della persona, alla sua capacità di assumere responsabilità per sé e per gli altri». Si tratta di parole assolutamente non banali, ma ricche di significato, che pongono enfasi sull’aspetto educativo che il lavoro può avere sulla persona, e sull’impatto generativo che può avere sulle attitudini e sulle capacità dell’individuo, idoneo come è a creare «le condizioni per la progettualità personale». Non trascurando di spendere parole ed attenzioni in favore dei poveri – sottolineando l’importanza del welfare, di politiche di redistribuzione e della solidarietà nel combattere le disuguaglianze sociali – evidenzia i rischi nefasti derivanti da una visione distorta dei sussidi che, se «non legati al preciso obiettivo di ridare lavoro e occupazione, creano dipendenza e deresponsabilizzano», tramutandosi, quindi, in un mero assistenzialismo.

 

In secondo luogo, il tema del lavoro viene richiamato anche quando risponde alle domande sulle aziende e sul loro ruolo economico. Secondo il Pontefice, infatti, è «importante lavorare insieme per costruire il bene comune ed un nuovo umanesimo del lavoro, promuovere un lavoro rispettoso della dignità della persona che non guarda solo al profitto o alle esigenze produttive ma promuove una vita degna sapendo che il bene delle persone e il bene dell’azienda vanno di pari passo». E affinché si tenga viva la “dimensione comunitaria dell’azienda”, elenca una serie di principi ed elementi quali la distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l’inserimento dell’azienda in un territorio, la responsabilità sociale d’impresa, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il riconoscimento del giusto salario. Sottolinea, inoltre, che le imprese possono dare un forte contributo alla dignità del lavoro, riconoscendo che l’uomo è la risorsa più importante di ogni azienda e investendo non soltanto sulla sua formazione tecnica, ma anche sulla formazione umana, sulla “formazione ai valori”.

 

In terzo luogo, la centralità del lavoro viene richiamata anche quando parla del fenomeno migratorio, sottolineandone l’impatto formativo e generativo che esso può avere sui contesti sociali e territoriali, sia di provenienza sia di arrivo, di coloro che oggi si spostano tra il Sud e il Nord del mondo. Nell’attuale scenario di globalizzazione, infatti, imprenditori e istituzioni “coraggiose” possono avere un ruolo di primo piano nei confronti dei migranti a partire dall’«intraprendere percorsi di investimento, nei loro paesi, in formazione, dalla scuola allo sviluppo di veri e propri sistemi culturali e, soprattutto in lavoro. Investimento in lavoro che significa accompagnare l’acquisizione di competenze e l’avvio di uno sviluppo che possa diventare bene per i paesi ancora oggi poveri consegnando a quelle persone la dignità del lavoro e al loro paese la capacità di tessere legami sociali positivi in grado di costruire società giuste e democratiche».

 

Lungo l’intervista non è mancato, inoltre, un richiamo alle attività e ai soggetti del cosiddetto Terzo settore che, improntati non all’esclusivo meccanismo dei profitti, contribuiscono a far «evolvere il sistema verso una più chiara e compiuta assunzione delle responsabilità da parte dei soggetti economici». Proprio, la stessa diversità delle forme istituzionali di impresa contribuirebbe, infatti, a generare un mercato più civile e, al tempo stesso, più competitivo.

 

In conclusione, le parole che il Pontefice ha rilasciato nell’intervista enfatizzano e arricchiscono ulteriormente il messaggio economico e sociale che Francesco porta avanti ormai da anni, che guarda ad un’economia più inclusiva, più comunitaria, improntata all’etica, che miri a una crescita integrale e che si basi sulla centralità della persona e del lavoro.

 

Valerio Gugliotta

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

Università degli Studi di Bergamo

@valerio_gugliot

 

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