“Jobs Act, pronti alla fiducia”

Federico Geremicca (La Stampa, 14 novembre 2014)


Presidente, c’è troppo rumore, si sente poco, dell’ultima frase ho capito soltanto «botta in testa»… Quattro del pomeriggio, prima l’auto, poi la confusione, infine l’aereo: Matteo Renzi sta partendo per Bucarest. «Sì, ha capito bene dice -. Botta in testa. È quella che qualcuno voleva anzi, vorrebbe che io dessi a Berlusconi, a proposito di legge elettorale e magari non solo. Ma onestamente non ne vedo la ragione, perché ormai l’accordo c’è».

 

II Presidente del Consiglio lascia l’Italia (tappa a Bucarest, poi balzo verso l’Australia) ma ha voglia di mettere un po’ di puntini sulle i a proposito di alcune questioni di strettissima attualità. Elenchiamole: legge elettorale, prima di tutto; poi Jobs Act, naturalmente; e infine ma molto, molto malvolentieri l’ipotesi di elezioni anticipate e la questione delle questioni ad essa assai legata: la permanenza di Giorgio Napolitano lassù al Quirinale.

 

Nel corso di questi mesi, a dispetto dell’abisso generazionale e perfino di formazione, tra i due presidenti si è creata una corrente di simpatia e di stima che Renzi oggi non fa nulla per nascondere. «Mi lasci dire una frase di rito comincia che per me, però, è assolutamente vera: nessuno può permettersi di tirare per la giacca Giorgio Napolitano. E dunque spiega spero che non sia inteso così quello che per me resta un grande sogno: e cioè che possa esser lui ad inaugurare il prossimo Expo. Abbiamo fatto di tutto, come governo, per salvarlo e, con la nomina di Cantone, arrestare i fenomeni di corruzione. È un appuntamento importantissimo per l’Italia e Napolitano sarebbe, se mi si passa il termine, il migliore dei testimoniai possibili per il nostro Paese di fronte al mondo». L’Expo, però, prende il via il primo maggio: forse un po’ troppo in là rispetto ai tempi di abbandono che molti attribuiscono al Capo dello Stato. «Io continuo a sperare che il Presidente resti ancora a lungo lì dov’è dice -. Ma questa è, appunto, una speranza: per il resto, come ha già ribadito, sarà Napolitano a decidere il come e il quando, in assoluta e legittima libertà.

 

Nessuno può aver dubbi che qualunque decisione sarà improntata, come sempre da parte del Presidente, al rispetto delle istituzioni e delle attese del Paese». L’altro giorno Renzi ha chiamato Romano Prodi: era un po’ che non si sentivano, telefonata cordiale giusto a chiarire qualcosa (ammesso che ci fosse qualcosa da chiarire) intorno alla già avviata gran baruffa sul Quirinale. La questione, per altro, è ineludibilmente legata alle voci che vorrebbero il presidente del Consiglio tentato da elezioni anticipate in primavera.

 

Renzi smentisce, a modo suo, chiacchiere e dicerie. Non smentisce, invece, una mai nascosta e anzi crescente insofferenza verso certi riti e certi andazzi: la minoranza Pd sempre di traverso, gli uomini di Alfano a chiedere altri vertici di maggioranza, i numeri al Senato che sono quel che sono, esposti a dissensi, ripensamenti e trasmigrazioni… Il premier prende queste questioni di petto e rispolvera la nettezza che ne ha fatto, agli occhi di milioni di cittadini, un politico «diverso».

 

Tanto per cominciare, la minoranza Pd minaccia di non votare il Jobs Act e dintorni. Renzi la mette così: «Orfini e Speranza mi hanno chiesto di dare un segnale distensivo, di disponibilità, e io l’ho dato: in commissione si lavorerà sul cosiddetto disboscamento, cioè sulla riduzione delle troppe forme di lavoro a tempo e precario. A me preme che la legge sia in vigore dal 1° gennaio: motivo per il quale è bene saperlo se si giocasse ad allungare i tempi, metteremo la fiducia sul testo che uscirà dalla commissione…».

 

L’ipotesi che la minoranza possa non votare o addirittura votare contro non sembra preoccuparlo: «Sono sempre gli stessi, una decina, molto divisi, anzi ulteriormente divisi al loro interno… Io vorrei tenere tutti dentro, naturalmente, e se per questo serve non votare in Direzione perché altrimenti vanno sotto o fare piccole modifiche al Jobs Act, volentieri. Il punto centrale è che la sinistra italiana diventa democratica all’americana, e questo per me ha un valore storico».

 

E dopo la minoranza Pd, eccolo rispondere agli uomini del Nuovo Centrodestra, che chiedono appunto sul Jobs Act un nuovo vertice di maggioranza (dizione che a Renzi, lo ha detto più volte, fa addirittura venire l’orticaria). «Agli esponenti del Nuovo Centrodestra dico che il prossimo vertice di maggioranza si farà nella tarda estate o nell’autunno del 2017… Per loro, del resto, questo non può rappresentare una sorpresa. L’altra sera, quando sono venuti in venti a Palazzo Chigi, gliel’ho detto: ragazzi, non ci prendete gusto, questo è il primo vertice che facciamo in otto mesi, ed è anche il penultimo…».

 

Non nasconde, naturalmente, che i nodi che vengono al pettine (li ha definiti così l’altra sera di fronte alla Direzione Pd) stanno creando una situazione che Giorgio Squinzi ha definito «di quelle tipiche che portano a votare». È così? «È in gioco un’idea di fondo alla quale io credo molto: e cioè che si vota ogni cinque anni. Detto questo aggiunge è faticoso: e certe volte la fatica diventa doppia. È come andare in salita in bicicletta con un rapporto sbagliato, poco agile, duro, dispendioso. Ed è proprio per questo che dobbiamo varare la nuova legge elettorale. Se eleggeremo così il nuovo Parlamento, io o chiunque altro ci sarà, potrà governare con più libertà e responsabilità. Non so se tutti lo hanno inteso, ma siamo alla vigilia di una svolta che cambierà il nostro sistema politico-istituzionale, facendone uno tra i più avanzati in Europa». È il prodotto del cosiddetto patto del Nazareno, pure contestato da più parti.

 

E si torna, così, alla «botta in testa» a Berlusconi con la quale, tra un’auto e un aereo, era iniziata questa lunga conversazione. «Sul premio che passa dalla coalizione alla lista e sulla soglia d’ingresso al 3% c’è già l’accordo della maggioranza di governo dice – Berlusconi resiste su entrambe le questioni e deciderà cosa fare, ma la riforma noi possiamo approvarla lo stesso. È possibile che alla fine Forza Italia decida di votare no all’emendamento che trasferisce il premio dalla coalizione al partito e che si astenga sulla legge, ma sono dettagli. La svolta è a un passo, e vedrete: cambierà il Paese». L’auto si ferma, si passa all’aereo. Matteo Renzi, ottimista e carico, decolla verso Bucarest, poi Australia, Turkmenistan e martedì di nuovo al lavoro in Italia: un vero tour de force. L’ultimo sms è tutto un programma, rassicurante per chi crede in lui, preoccupante diremmo per gli altri: «Io non mi faccio fermare dal pantano». Costi quel che costi non c’è scritto. Magari era solo superfluo …

 

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