9 marzo 2015

Jobs Act, la lezione di House of Cards per Renzi

Francesco Seghezzi


Premessa, se avete visto le prime due puntate della nuova stagione di House of Cards questo articolo non contiene nessuno spoiler. Se non le avete viste, vi consigliamo di farlo.

 

Non solo per godervi l’ottima recitazione di Kavin Spacey o lo spietato e cinico ritratto della politica made in Usa. Potrebbe essere utile anche per giudicare meglio quella che, nominalmente, vuole essere la più americana delle riforme renziane: il Jobs Act.

 

Anche per Frank Underwood, il Presidente in carica nella serie, come per Matteo Renzi quello della disoccupazione è il problema principale della nazione. I milioni di disoccupati sono il simbolo del fallimento del sogno americano, perché senza un lavoro non hanno i mezzi per poterlo raggiungere. È quindi necessario fare qualcosa e concentrare la propria politica economica e sociale nel risolvere questo dramma.

 

Che fare? Qui iniziano le differenze con la soluzione nostrana. Il Commander in chief non intende infatti cambiare la NLRB (l’ente che governa le elezioni della rappresentanza sindacale) o altre norme e codici, ma fare investimenti. Richiamandosi indirettamente al Jobs Act di Obama (Underwood è un democratico) propone il piano di emergenza America Works, che prevede un pacchetto di ben 500 miliardi per garantire un lavoro ad ogni americano disoccupato. Un progetto tanto ambizioso da essere esso stesso paragonato al New Deal di Roosevelt.

 

Diciamolo subito, è un piano che può funzionare per una serie tv e come tale ha una sua dimensione iperbolica e spettacolare, ma pensare di recuperare 10 milioni di posti di lavoro va infatti oltre ogni possibile risultato della teoria keynesiana. Ma così come si giudica un romanzo non dalla sua verosimiglianza con la realtà ma dalla sua capacità di essere universale, così a noi interessa capirne il disegno di fondo, non i numeri.

 

E il disegno di fondo è molto chiaro: la disoccupazione è un dramma e l’America (che in qualche modo è responsabile di tale disoccupazione per l’esplosione della crisi finanziaria) non può permetterlo. Lo spettatore non avvezzo alla retorica americana può leggere il programma del Presidente americano come un nuovo piano quinquennale molto paternalista e una moderna riedizione di un estremo Welfare state. In realtà non è così.

 

Infatti i fondi per questo piano devono essere reperiti proprio dalle voci di bilancio che, agli occhi di Underwood, impediscono la realizzazione del sogno americano. Ossia un sistema di welfare, di assistenza sociale e sanitaria che, a suo dire, favorisce chi possiede diritti acquisiti (entitlements) e blocca la mobilità sociale. Non un nuovo Welfare State quindi, non un aumento della tassazione su rendita da capitale per reinvestire sul lavoro (alla faccia di Stiglitz e Piketty) ma un massiccio taglio della spesa al fine di raggiungere la piena occupazione.

 

E di quale occupazione stiamo parlando? I canali sono simili a quelli di Obama: infrastrutture, programma militare ma anche nel settore privato.

 

Fin qui il progetto immaginario della serie americana. Cosa dire del paragone con il Jobs Act di Renzi (tra l’altro grande fan di House of Cards)? Non vogliamo sminuire ma ci pare che tra i due piano vi sia un abisso. Un abisso di contenuti e di ambizione in primo luogo.

 

Oltreoceano si parla di grandi investimenti ottenuti di fronte a scelte coraggiose e impopolari di taglio a parte della spesa pubblica, a casa nostra di interventi sulla normativa del lavoro che sono dal punto di vista dell’immagine pubblica ormai popolarissimi, pensiamo all’articolo 18, ma non così discriminanti per la ripresa dell’occupazione.

 

Certo la leva economica è stata utilizzata dal governo italiano attraverso gli sgravi fiscali per le assunzioni a tempo indeterminato ma non si sa quanto dureranno e soprattutto non rispondono alla logica della fiction americana. Infatti di coraggiosi tagli alla spesa, anche in settori meno socialmente rilevanti rispetto ad Underwood, non se ne vedono in Italia e i celebri tagli proposti da Cottarelli sono ormai patrimonio della mitologia politica. In secondo luogo si è parlato molto di diritti acquisiti in Italia ma la riforma del lavoro che si sta profilando non li tocca, anzi amplia il gap tra tutelati e giovani e non favorisce certo l’accesso al mercato del lavoro delle categorie svantaggiate.

 

Si dirà che per il Jobs Act sono stati fatti molti compromessi, tra le anime del Pd, tra i contraenti del patto del Nazareno, tra governo e sindacati, tra governo e associazioni datoriali ecc. Ed è proprio questa la differenza tra la serie americana e la realtà italiana: la mancanza di una visione intorno alla quale orientare la politica del lavoro. Senza una visione è facile cambiare idea al primo ostacolo, è facile cedere all’annuncio per poi, spesso nell’ombra, tirarsi indietro. La visione può anche essere sbagliata, ma è di questo che si verrà giudicati dall’elettorato, così sembra dirci il protagonista della serie di Netflix.

 

E proprio Frank Underwood, i cui principi morali sono tra i più discutibili mai rappresentati in tv, risponde duramente ad un suo ministro che, sottolineando diverse difficoltà, proponeva la via del compromesso, “I don’t need a version, I need a vision”. Concordiamo, questo sarebbe un buon punto di partenza.

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di ADAPT

@francescoseghez

 

Pubblicato anche in Formiche.net, 7 marzo 2015

 

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