Jobs Act La “cabina” che può cambiare il lavoro in Italia

Francesca Brudaglio


La macchina messa in moto della grande trasformazione del lavoro richiede ormai da tempo un ingranaggio fondamentale al nostro Paese: una rete di moderni servizi all’impiego. Vero cancro dell’Italia è infatti l’assenza di un valido sistema di politiche attive: abbiamo troppo a lungo concentrato attenzione e risorse sulle politiche passive, “de­costruendo” inconsciamente il futuro. Ancora oggi non sappiamo garantire a chi è senza impiego o a chi lo perde servizi adeguati di orientamento professionale, riqualificazione e accompagnamento al lavoro. Ciò che manca a livello di sistema si riversa poi sulla costruzione di competenze: mancano le risorse umane in grado di saperlo fare e manca ancora in tanti operatori la consapevolezza dell’importanza che si gioca in questa partita.

 

Per innescare questo “cambio di paradigma” nel funzionamento delle strutture organizzative cui spettano tali compiti, l’impianto del Jobs Act renziano ha delegato il Governo ad adottare decreti legislativi finalizzati al riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e le politiche attive. Punto focale del progetto di riforma è, a oggi, la previsione di una struttura che opererà a livello nazionale per unificare la gestione delle politiche attive e passive, facilitare la collocazione dei soggetti svantaggiati e, soprattutto, attivare un sistema di coordinamento e indirizzo: l’Agenzia nazionale per l’occupazione. Partecipata da Stato, Regioni e Provincie autonome, avrà competenze gestionali in materia di politiche attive, servizi per l’impiego, indennità di disoccupazione (Aspi) e riordino degli enti operanti nel settore.

 

Una grande cabina di pilotaggio, dunque, che punta a superare la frammentazione della strumentazione attuale centralizzando funzioni strategiche e a far incontrare meglio la domanda e l’offerta di lavoro. In sostanza, dovrebbe unificare tutti i servizi ispettivi del ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail; coordinarsi con parti sociali e l’Inps per la gestione degli ammortizzatori sociali e dell’inserimento/reinserimento nel mondo del lavoro dei lavoratori disoccupati; accorpare tutti quegli enti che a livello centrale e territoriale esercitano competenze in materia di incentivi all’autoimprenditorialità. Tutto ciò attraverso la razionalizzazione di risorse e uffici, da realizzarsi “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”, ma non è chiaro come si possano rafforzare competenze e strutture (già in affanno) a costo zero. Unendo poi realtà che gestiscono enormi competenze come Inps, Isfol, Italia Lavoro o Camere di Commercio, il rischio sottolineato da molti è quello di creare un nuovo “carrozzone pubblico”, veicolo solo di ulteriori spese e confusione normativa. Ciò che dovrebbe giocare un ruolo decisivo e che fino a oggi non si è mai pienamente avverato è l’avvio di un’effettiva collaborazione tra pubblico e privato: in una logica di rete e di dialogo reciproco, secondo il disegno i Centri per l’impiego pubblici collaboreranno con le Agenzie per il lavoro private, coordinati dall’Agenzia nazionale con l’obiettivo di intercettare le esigenze del mondo produttivo.

 

La vera matassa da sciogliere, ingarbugliata fin dai tempi della riforma del Titolo V della Costituzione, è quella dei rapporti tra Stato e Regioni. Titolari storici di competenze in materia sono i Cpi pubblici, che operano secondo quanto stabilito a livello regionale. L’intento, seppur buono, di lasciare alle Regioni la titolarità normativa in materia di politiche per il lavoro si è dimostrato fallimentare e ci ha condotto a un sistema dove a prevalere sono frammentazione e incertezza del diritto.

 

L’elevata conflittualità dei diversi livelli di governo che affligge il nostro sistema istituzionale è storia vecchia. Abbiamo da tempo bisogno di rimettere insieme i pezzi e di dare impulso a un processo che garantisca alle autonomie regionali e locali un coinvolgimento più proficuo e razionale nel circuito decisionale. A questa logica, ricordiamo, risponde il Disegno di legge costituzionale 8 aprile 2014 n. 1429 presentato dal Presidente Renzi e dal Ministro per le riforme costituzionali Boschi recante, tra le altre cose “Disposizioni per la revisione del Titolo V della parte seconda della Costituzione” e giacente tutt’oggi in Senato. Nel disciplinare nuove forme di coordinamento tra Stato e Regioni, l’art. 26 tocca il sistema delle autonomie territoriali e incide sul riparto delle competenze legislative, arricchendo la legislazione statale esclusiva di alcune nuove materie e funzioni. C’è qui dunque il tentativo di riportare le competenze in materia di lavoro allo Stato e di questo tentativo il Jobs Act deve tenere conto.

 

Con la cabina di regia dell’Agenzia nazionale, le competenze in materia di politiche per il lavoro, finora frazionate, saranno dunque (ri)centralizzate. A vederla così sembra una soluzione logica e fattibile. Ma ricordiamoci che sono 20 anni che parliamo di politiche attive senza davvero procedere a un cambio di indirizzo e non dimentichiamoci che la realtà, con l’esperienza di Garanzia Giovani, mostra l’incapacità del nostro Paese di gestire sistemi complessi di coordinamento, anche quando Piano e risorse ci vengono servite su un piatto d’argento.

 

Ciò detto, la necessità di riformare il sistema relativo alla gestione delle politiche attive e passive è sentita da tutti, operatori compresi. È difficile però parlare di qualcosa che non si conosce ancora. Questo è infatti l’impianto previsto solo in linea di principio e così come appare sembra una riforma talmente corposa e complessa dal punto di vista normativo da richiedere tempi lunghi per la sua realizzazione e soprattutto una regia illuminata, in grado di non portare ancora più nel caos un sistema già sofferente. Da una prima lettura non è possibile desumere se si riuscirà nell’intento. Molto dipenderà dalla capacità dei dirigenti di gestire il coordinamento, definire obiettivi facilmente misurabili e prestare attenzione all’effettiva implementazione della normativa. Attenti allora a scegliere bene i piloti di questa enorme cabina di pilotaggio della trasformazione del mercato del lavoro, se non vogliamo deragliare per l’ennesima volta.

 

Francesca Brudaglio

Scuola internazionale di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT-CQIA, Università degli Studi di Bergamo

@FBrudaglio

 

* Pubblicato anche in Ilsussidiario.net, 26 gennaio 2015.

 

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