Industry 4.0: bene, ma il resto del Paese?

Stefano Epifani (techeconomy.it, 5 gennaio 2017)


Era lo scorso giugno quando il Ministro Calenda, parlando della lunga, complessa ed ancora irrisolta situazione dell’Alcoa, diceva testualmente sulla radio di Confindustria:

“Tra le crisi che vorrei risolvere c’è l’Alcoa. Sarà molto difficile, perchè l’Alcoa è in una zona molto difficile, quella del Sulcis. Una sfida difficilissima e la cosa che mi ha molto colpito è che questi lavoratori vogliono fare gli operai; cioè per loro fare gli operai è un riscatto della modernità dall’agricoltura. E io questa cosa qua la trovo anche un po’ emozionante”.

Un riscatto della modernità dall’agricoltura. Tanto basta per comprendere molto del punto di vista di Carlo Calenda, da sempre uomo d’industria, su tutto ciò che industria non è. E tanto basta, senza entrare nel merito della crisi dell’Alcoa, per rendersi conto del punto di vista del suo Ministero e delle politiche pubbliche che da esso dipendono quando si parla del ruolo dell’industria per il nostro Paese. Una visione tardo ottocentesca che vede nell’industria un’evoluzione, nella fabbrica un progresso, nell’operaio un momento di riscatto sociale riscatto rispetto al ruolo di contadino. Una visione di un’industria ottocentesca per un Paese che – indipendentemente dagli sforzi e dagli sfaceli fatti per trasformarcelo – non è mai stato “soltanto” industriale (pur essendo l’Italia il secondo paese industriale in Europa dopo la Germania, va ricordato), e mai lo sarà.  Ma il problema della visione di Calenda non riguarda solo la Sardegna dell’Alcoa, ma tutto il Paese; quel Paese in cui l’80% del Prodotto Interno Lordo non è prodotto dall’industria. Quel Paese, però, in cui l’80% dell’attenzione – quando si parla di politiche pubbliche di supporto – è rivolto all’industria. Evidentemente qualcosa non funziona…

 

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