29 luglio 2019

Il “silenzioso” ddl lavoro. Quando la strategia è non-comunicare

Francesco Nespoli


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Bollettino ADAPT 29 luglio 2019, n. 29

 

Il 13 giugno scorso il Governo ha depositato in Senato un disegno di legge delega che, qualora approvato dal parlamento, incaricherebbe il governo stesso a intervenire su larga parte del diritto del lavoro. Si tratta del ddl 1338 intitolato “per la semplificazione e la codificazione in materia di lavoro”. Non una proposta di secondo piano, non solo per l’estensione dell’intervento prefigurato. Basti pensare infatti che i firmatari sono niente meno che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Di Maio e il Ministro per la pubblica amministrazione Giulia Bongiorno di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Giovanni Tria).

 

È quindi interessante notare come di una iniziativa così articolata e stesa spendendo i nomi di prima linea della politica non sia stata data alcuna forma di comunicazione politica. Altrimenti, nella difficoltà di trovare un nome più altisonante una volta già giocata la carta della “dignità”, avremmo probabilmente sentito parlare di qualcosa come un “Decreto semplicità”. Non può che essere stata una scelta strategica se si pensa che nell’epoca della volatilità del consenso vale la consapevolezza che non esiste provvedimento senza comunicazione, perché ogni partito ha bisogno del continuo sostegno dell’opinione pubblica.

 

La scelta invita ad osservare l’importanza che il tema del lavoro riveste nei rapporti tra le anime della maggioranza e permette di distinguere due piani di questa partita della competizione politica. Uno è quello pubblico, che coinvolge apertamente le parti sociali, in qualità di aggregatori di interessi e quindi di canale privilegiato per dialogare con importanti quote di consenso nell’elettorato. Una competizione crescente avviata con la “rumorosa” convocazione delle parti sociali da parte del Ministero dell’Interno Matteo Salvini, alla quale è seguito poi il “contro-invito” da parte del Ministro del Lavoro Luigi Di Maio con la proposta più articolata di “workshop” di più giorni -questo il termine utilizzato dal Ministro- sui diversi aspetti della legge di bilancio. Le cronache sono da aggiornare ai sei tavoli, con più di trenta sigle coinvolte, convocati dal Presidente del Conte giovedì 25 luglio.

 

L’altro piano è invece quello del posizionamento legislativo, che si dispiega nei rapporti dell’iniziativa normativa, con modalità scarsamente o per nulla comunicabili. Si è osservata una dinamica simile sul capitolo del Salario minimo, nel quale il grande pubblico non è stato messo a conoscenza dell’esistenza di molti disegni di legge concorrenti, ma è stato invitato a schematizzare, secondo la proposta del Ministro Di Maio, tra fazioni pro e fazioni contro. Categoria quest’ultime rappresentata in particolare dai sindacati, con i quali il ministro sembra utilizzare volentieri il bastone e suo malgrado la carota.

Il silenzioso ddl risponde probabilmente al bisogno di contrastare l’iniziativa della Lega in tema di lavoro anche su questo piano. Il partito di Salvini ha infatti lasciato filtrare l’intenzione di intervenire con un ddl ad iniziativa del sottosegretario Durigon -ancora non depositato, ma del quale si è appunto già letto più volte sui giornali – che mirerebbe a correggere il Decreto Dignità abilitando anche la contrattazione collettiva nazionale (e non solo quella aziendale) a derogare alle causali. Il nuovo ddl a firma Conte-Bongiorno-Di Maio potrebbe quindi diventare un contenitore per le diverse proposte che verranno raccolte dalle parti sociali, in modo da riuscire ad intestarsi la paternità dei successivi interventi in materia di lavoro. È quindi probabile che il tema lavoro continuerà ad essere caricato come una molla per aumentare le tensioni in vista di una crisi di governo solo rimandata. Sarà quindi ora interessante osservare il percorso che questo ddl compirà, osservando se, quando e come gli sarà data anche una declinazione comunicativa. Perché ciò accada manca per ora un nuovo elemento simbolico in grado di polarizzare ulteriormente la scontro politico e ribadire la distanza delle posizioni. Sempre che non si scelga di estrarre nuovamente dal repertorio l’articolo 18, come nell’estate del 2014.

 

Francesco Nespoli

ADAPT Research Fellow

@Franznespoli

 




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