Il renziano Gentiloni «Chi non vota il Jobs si mette fuori. In passato troppo schiacciati sulla Cgil»

Elisa Calessi (Libero, 23 settembre 2014)


«Il Pd non è un club di liberi pensatori. Non lo eravamo con la segreteria Bersani, non lo siamo con la segreteria Renzi». Chi non voterà il Jobs act, avverte l’ex Ministro Paolo Gentiloni, deputato del Pd tra più ascoltati dal premier Renzi, «deciderà cosa fare». Cioè se restare o no.

 

Gentiloni, sul Jobs act la minoranza chiede un referendum tra gli iscritti. Si farà?

 

«Non vedo su cosa. Vogliono sottoporre a referendum un disegno di legge del Parlamento peraltro quando il Parlamento con ogni probabilità l’avrà già approvato? Mi pare uno strumento inadeguato. Poi, se qualcuno lo chiede, il partito valuterà».

 

Bersani ha rivendicato la libertà di coscienza. Sarà ammessa?

 

«Quando Bersani era segretario, a me, che ero in minoranza, hanno spiegato che prima si discuteva e poi, presa una decisione, ci si atteneva a quella. Non vedo perché principi validi allora non lo siano più adesso. E poi la riforma del mercato del lavoro non è materia da libertà di coscienza. È materia politica. Decideranno la direzione e i gruppi parlamentari. In ogni caso vedo un solidissimo orientamento della maggioranza».

 

Ma al Senato la maggioranza ha numeri risicati.

 

«Vedremo. Ma se l’idea è quella di alzare le barricate sull’articolo 18, mi pare che non sia un esercizio utilissimo nemmeno per la minoranza».

 

Perché?

«Stiamo parlando di una riforma che dà risposta ai tre principali problemi del nostro Paese. Primo, la bassa competitività, per cui è difficile investire da noi. Secondo: la riforma riduce la giungla di tipologie contrattuali ed estende la contrattazione aziendale. Terzo, l’enorme differenza tra 9 milioni di lavoratori che godono di tutele e 11 milioni che non ne hanno: la riforma comincia a estendere le tutele a chi ora non ce le ha e sposta la difesa dal posto di lavoro al lavoratore. Insomma, è una gigantesca operazione di giustizia sociale e di modernizzazione. E si vuole far saltare tutto per difendere la possibilità del reintegro anziché l’indennizzo economico, in caso di licenziamento ingiusto?».

 

Per molti la questione è decisiva.

 

«Ho un’assoluta fiducia nel fatto che questa impostazione, che certo mette in crisi consolidate opinioni nel mondo sindacale, passerà nel Pd e in Parlamento. Perché è necessaria e tutt’altro che thactcheriana. Anzi, trovo insopportabile che ogni volta che Renzi propone un cambiamento dello status quo qualcuno lo definisca thatcheriano, berlusconiano o addirittura fascistoide».

 

L’articolo 18 verrà cancellato o si troverà un compromesso?

 

«Di sicuro resterà nei casi di licenziamento discriminatorio. Si lavorerà su un indennizzo crescente con l’anzianità. Una cosa è certa: il polverone sull’articolo 18 non può bloccare per l’ennesima volta una riforma che è necessaria anche perché si sta riparando a questioni su cui la sinistra è stata latitante».

 

Il Pd, il centro sinistra hanno delle colpe?

 

«Non c’è dubbio. Distinguo la posizione del Pd da quella del sindacato, che deve innanzitutto tutelare i propri iscritti. Capisco che il problema non è tanto il reintegro, che in sé non distrugge posti di lavoro, ma la riforma della Cassa integrazione e la contrattazione aziendale. Sono questioni che infrangono una solida tradizione sindacale. Però il Pd non può rassegnarsi a un mondo del lavoro che non ha tutele».

 

Il vecchio Pd si era rassegnato?
 

«Negli anni passati la parte che era maggioritaria nel Pd si è adeguata a un’impostazione sindacale che è anche nobile, in nome delle conquiste degli anni ‘70. Ma da allora è passato mezzo secolo e il paesaggio del lavoro è profondamente cambiato rispetto alla stagione dell’operaio-massa e dello Statuto dei lavoratori».

 

Cosa succede se una parte del Pd non vota il Jobs Act?
 

«Sono convinto che la gran parte del Pd e della sinistra del Pd convergerà sulla riforma. Certo, non tutti».

 

E chi non lo farà?

 

«Decideranno loro cosa fare. Certamente non può passare l’idea che nel Pd ognuno si comporta come crede. Ma certo non convocheremo nessun Comintem per decretare espulsioni».

 

Nella minoranza c’è chi mette in guardia dal rischio di una scissione. Esiste questa possibilità?

 

«Non è successo per la riforma del Senato, non succederà ora».

 

Renzi su questa vicenda sembra tornato a fare il rottamatore. Come mai ci tiene tanto?

 

«Per due ragioni. La prima è che a furia di difendere settori circoscritti del mondo del lavoro, il centrosinistra negli ultimi anni ha perso molti consensi tra i lavoratori. Oggi il mondo del lavoro chiede tutele e risposte. Non possiamo essere visti come quelli che, anziché difendere il lavoro, difendono alcuni settori sindacalizzati. L’altro motivo è politico: se nel momento in cui cerchi di rimediare a errori del passato ti dicono che sei come la Thatcher o Berlusconi, ovvio che il presidente del Consiglio, che non ha la tendenza a porgere l’altra guancia, rafforzi la propria determinazione».

 

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