10 aprile 2017

Il reddito senza lavoro è un inganno travestito da solidarietà

Emmanuele Massagli *


Cosa sta succedendo nel mondo del lavoro? La contemporanea azione di tre diverse macro-forze va ridimensionando il ruolo del lavoro nella civiltà occidentale, orientando le azioni di riforma verso soluzioni inesplorate e rischiose tanto sotto il profilo tecnico che, ancor più, sotto quello culturale.

 

La prima forza che destabilizza le fondamenta del mercato del lavoro ereditato dal Novecento è la crisi economica, intesa come situazione non episodica, ma oramai perdurante. I suoi effetti sul mercato del lavoro sono particolarmente negativi per insieme identificati di popolazione, in primis i giovani e i lavoratori poco qualificati. Va affermandosi, infatti, una abitudine di gestione delle risorse umane ispirata alla ottimizzazione del magazzino: last in, first out. Di conseguenza, la maggior parte dei posti di lavoro persi dal 2008 era occupato da persone con meno di trentacinque anni, assunte con tipologie contrattuali atipiche e più facilmente recidibili. Per rispondere a questa prima, destabilizzante, forza, buona parte dei Paesi industrializzati ha approvato nell’ultimo decennio riforme del lavoro ad ampio raggio di intervento, anche molto drastiche. Guardando all’Europa, è stato così in Spagna, Grecia, Francia (in ordine di incisività) e, come è noto, in Italia.

 

La politica ha quindi reagito agli effetti della crisi economica sul mercato del lavoro con riforme delle regole tendenzialmente orientate alla flessibilizzazione dei rapporti e, laddove i bilanci lo hanno permesso, al riconoscimento di incentivi economici premianti le assunzioni.

 

La seconda forza che erode le fondamenta del mercato del lavoro è lo spostamento di manodopera generato dalla globalizzazione e dalla facilità e velocità dei trasporti. Se è vero che iniziano interessanti processo di reshoring da Est verso Ovest, resta altrettanto evidente l’impossibilità dell’Occidente di contenere la migrazione delle produzioni a minore valore aggiunto e complessità manifatturiera (anche se ad alto tasso di occupazione) verso Paesi nei quali il costo del lavoro è sensibilmente più contenuto. Si tratta di una sorta di sostituzione di persone con persone, che polarizza geograficamente il lavoro: nei paesi ricchi permangono e crescono le professioni qualificate, mentre quelle meno qualificate vanno concentrandosi dove costano meno.

 

Questo fenomeno ha generato nuove politiche industriali, spesso di stampo protezionistico, e rinnovata attenzione all’istruzione e alla formazione, tanto iniziale, quanto continua. Tecnicamente si osservano nuove politiche attive, robusti piani di riqualificazione pagati con risorse pubbliche, campagne di alfabetizzazione dei lavoratori meno “skillati”. Anche lo spostamento di manodopera, quindi, come la crisi economica, è un fenomeno arginabile con le politiche pubbliche conosciute finora.

 

Queste a nulla servono, invece, di fronte alla terza forza: la c.d. quarta rivoluzione industriale, la nuova grande trasformazione del lavoro indotta dal frenetico e pervasivo progresso tecnologico. I settori primario e secondario sono stati già oggetto di “rivoluzioni industriali” capaci di trasformali. La diversità del ribaltamento economico in atto è da ricercarsi nella sua stessa natura: questa nuova rivoluzione digitale non segna un mero passaggio da una fase storico/economica ad un’altra, ma una transizione da una situazione certa a una condizione liquida, di frenetico cambiamento, rapido e discostante come le evoluzioni tecnologiche. È un fenomeno capace di minare lo stesso significato della parola “lavoro” in uso fino ad oggi. Ne è prova il rinnovato interesse verso il reddito di cittadinanza. Eccetto che in Italia, si tratta di una proposta che sta assumendo connotazioni liberali, di centro-destra, elitarie. La ragione di questa apparentemente contradditoria colorazione culturale è da ricercarsi nella cinica logica economica che realizza. Quasi tutti gli Stati occidentali sono Repubbliche “fondate sul lavoro” per quanto concerne il welfare, che non a caso è definitivo “occupazionale”: è dovuto solo a chi lavora e per questo versa i contributi che garantiscono il diritto ad usufruire dei servizi e delle prestazioni pubbliche.

 

Se si immagina che in esito alle tre forze richiamate (crisi economica, spostamento della manodopera e, appunto, progresso tecnologico capace di sostituire il lavoro umano con software e robot), il nostro futuro sarà caratterizzato da meno lavoro (jobless society) e, di conseguenza, meno contributi e meno welfare, allora è ragionevole predisporre un reddito di cittadinanza finanziato dalle imprese che generano profitti senza incrementare occupazione. È la ratio della tassa sui robot proposta recentemente da Bill Gates. Non si tratta di mecenatismo, ma di un mero calcolo ragionieristico: alle imprese più ricche conviene pagare maggiori tasse piuttosto che più stipendi, a patto che la tassazione complessiva, seppure molto onerosa, sia inferiore al costo del personale sostituito dalla tecnologia. Il reddito di cittadinanza, quindi, altro non sarebbe che una forma di redistribuzione della ricchezza (senza posti di lavoro) generata dal sistema produttivo. Un assegno di questo genere garantirebbe, contemporaneamente, sia i consumi (senza i quali le imprese non avrebbero i profitti che alimentano la redistribuzione) che l’ordine sociale (a rischio in caso di diffusa povertà). Così concepito, lo scheletro del ragionamento “tiene”, quantomeno sotto il profilo della teoria economica; è invece pericoloso da un punto di vista culturale.

 

Chi propone il reddito di cittadinanza, infatti, in ognuna delle sue molteplici forme, indirettamente sostiene che per la persona non sia importante il lavoro, ma il reddito. In quest’ottica, si lavora per lo stipendio. Di conseguenza, in caso di impossibilità a creare lavoro (mezzo), bene sostituirlo con il semplice stipendio (fine), tanto più se ottenuto senza fatica. Con qualche articolo di legge si cancellerebbero così secoli di cultura giudaico-cristiana sulla centralità del lavoro per la dignità della persona e come occasione per il suo compimento. Altro che finalità sociale: sarebbe la vittoria della visione tecnico-economicista del lavoro. Quella visione che pare mettere d’accordo le grandi élite capitalistiche e i movimenti promotori della decrescita felice e dell’ozio creativo.

 

Emmanuele Massagli

Presidente ADAPT

@EMassagli

 

Pubblicato anche su La Verità, 6 aprile 2017

 

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