Il prof. Monti prende carta e penna per spiegare il disappunto della Cgil

Mario Monti (il Foglio, 25 novembre 2014)


Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, osserva: “I sindacati che non hanno fatto sciopero contro la Fornero e la riforma di Monti, oggi hanno fatto più scioperi che negli anni precedenti” (intervista a RH 102.5, 20 novembre).

 

Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd afferma: “C’erano più ragioni quando la Fornero ha toccato profondamente l’articolo 18 con il governo Monti. [I sindacati] non hanno fatto lo sciopero generale per la riforma delle pensioni e lo fanno ora con un governo di sinistra” (intervista alla Stampa, 22 novembre).

 

Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, riconosce: “[Lo sciopero generale] non l’abbiamo fatto neppure con Monti quando era davvero un testo da lacrime e sangue. Non possiamo avere pesi diversi a seconda di chi è al governo” (Ansa, 21 novembre). Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, puntualizza: “La Fiom è stato l’unico sindacato a manifestare contro il governo Monti” (La Presse, 23 novembre).

 

Il presidente Renzi ha ragione. I sindacati furono piuttosto moderati nei confronti del governo da me presieduto (novembre 2011 – aprile 2013), in particolare se si tiene conto delle pesanti misure che fu indispensabile adottare per allontanare l’Italia dal rischio di insolvenza, nonché delle riforme delle pensioni e del lavoro necessarie a riavviare la crescita. Inoltre, il nostro fu il primo governo ad abbandonare, nella sostanza e nella forma, il metodo della concertazione con le parti sociali, come in seguito avrebbe fatto anche il governo Renzi.

 

Come mai i sindacati pur trovandosi di fronte a interventi non certo lievi a carico di pensionati e lavoratori e a un governo, per di più guidato da una persona non appartenente alla sinistra, che riduceva il potere e l’influenza dei sindacati medesimi si sono comportati in un modo moderato e responsabile, contribuendo così all’uscita dall’emergenza finanziaria? E invece oggi, almeno a giudizio dei leader del governo e del Pd, si sono dati una linea più aggressiva? Non pretendo di avere una spiegazione complessiva. Ritengo però che, mettendo a confronto le circostanze di allora e quelle odierne, si possa riflettere su tre elementi.

 

  1. In quella fase si adottarono provvedimenti pesanti anche nei confronti di soggetti economici e sociali diversi dai pensionati e dai lavoratori dipendenti. Venne di fatto introdotta, con l’Imu, una forma di tassazione patrimoniale, modulata secondo considerazioni sociali. Curiosamente, con i due successivi governi pur guidati da personalità della “sinistra”, Enrico Letta e Matteo Renzi si è eliminata, o meglio si è cercato di eliminare l’Imu sulla prima casa, cioè la principale componente di imposizione patrimoniale. E’ noto che la tassazione del patrimonio è stata spesso, nei decenni precedenti, invocata dalle sinistre per motivi di giustizia sociale, anche in fasi nelle quali non vi erano emergenze finanziarie da fronteggiare. Allo stesso modo, gli incisivi provvedimenti che introducemmo a contrasto dell’evasione fiscale e della corruzione, visti a destra con maggiore sfavore che a sinistra, hanno probabilmente contribuito a dare al mondo del lavoro e ai sindacati il senso di una fase molto difficile nella vita del paese, ma difficile per tutti e gestita con l’intento di ripartirne i pesi in modo per quanto possibile equilibrato.

 

  1. Anche nei momenti di obiettivo contrasto di posizioni, né i miei colleghi ministri né io ci siamo mai permessi di mancare di rispetto ai sindacati, ai loro dirigenti e al loro ruolo nella vita del paese, pur avendo deliberatamente ridimensionato tale ruolo nelle materie che la Costituzione assegna al Parlamento e al governo.

 

  1. Ci guidava una forte preoccupazione di simmetria tra le parti sociali. Proprio nel momento in cui si ridimensiona il ruolo improprio che in passato i sindacati dei lavoratori avevano spesso assunto pen- savamo è importante comportarsi nello stesso modo con i sindacati dei datori di lavoro e in generale con le organizzazioni degli imprenditori. Le energie delle imprese, così come le energie dei lavoratori, sono essenziali per la competitività e la crescita dell’economia, e addirittura per la vita civile della comunità. Ma se, avendo considerato fino all’altroieri i lavoratori e le loro organizzazioni come forza egemone, detentrice di una visione generale per il futuro del paese, oggi si riserva alle imprese e alle loro organizzazioni tale funzione egemone, e si dà l’impressione di erigere il più che onesto presidente di Confindustria Giorgio Squinzi in mente ispiratrice della strategia del paese e naturale giudice sui provvedimenti del governo, non bisogna sorprendersi delle reazioni.

 

Le considerazioni esposte danno per scontato che l’obiettivo di un governo e di chi lo presiede sia quello di conseguire, attraverso i provvedimenti e la comunicazione, i risultati annunciati. Se invece si avesse in mente come obiettivo prevalente quello di acquisire il consenso elettorale, allora l’individuazione di “nemici”, da additare per il biasimo a cittadini sovente esasperati e alla ricerca di “colpevoli”, potrebbe essere la strategia ottimale. I sindacati, in una fase di loro (non immeritata) impopolarità, possono rappresentare uno dei bersagli privilegiati.

 

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