Il nuovo inizio che serve ai sindacati

Enrico Marro (Il Corriere della Sera, 31 ottobre 2014)


Il sindacato ha bisogno di una rifondazione. Non perché lo dice il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Ma perché, soprattutto ai vertici, è ancorato da troppo tempo a una visione miope: la difesa dei pensionati e dei lavoratori dipendenti col posto fisso, a scapito dei giovani. E a un assetto organizzativo e di selezione della classe dirigente fondato sulla cooptazione.

Il molto che c’è ancora di buono sta nel territorio, nella creatività contrattuale sui luoghi di lavoro, nella capacità di fare associazionismo e offrire occasioni di riscatto in realtà sociali difficili, nell’impegno sconosciuto di tanti sindacalisti di base.

 

Ma ciò che succede ai vertici rischia di oscurare tutto ciò. Solo qualche flash a caso. Raffaele Bonanni ha lasciato in fretta e furia la guida della Cisl, ufficialmente per accelerare il rinnovamento, in realtà è forte il sospetto che lo abbia fatto per evitare i riflettori sulla sua pensione d’oro (5.122 euro netti al mese) e sugli stipendi ancor più luccicanti da segretario generale, finalizzati proprio a costruire la super-pensione. Qualcuno tra i dirigenti della Cisl aprirà una discussione su questo? Difficile, se il nuovo segretario, Annamaria Furlan, deve la sua ascesa allo stesso Bonanni. E se tutta la segreteria ha coperto questo andazzo. Legittimo, per carità. Ma compatibile, opportuno per un sindacato?

 

Passiamo alla Uil. Anche il sindacato che si picca di essere il più riformista sta per cambiare segretario. Dopo 14 anni, al posto di Luigi Angeletti arriverà Carmelo Barbagallo, 67 anni. Può essere lui il motore del rinnovamento in un’organizzazione dove nella segreteria nazionale e in quelle periferiche ci sono persone che stanno lì da 20-25 anni e dove le donne e i giovani sono una rarità?

 

E lasciamo perdere l’Ugl, sindacato vicino alla destra, che sotto Renata Polverini sosteneva di avere più di due milioni di iscritti (tanto chi controlla?), e il cui ex segretario generale, Giovanni Centrella, messo lì dalla stessa Polverini, è stato travolto da un’inchiesta per appropriazione indebita aggravata (centinaia di migliaia di euro sottratti al sindacato) e i cui dirigenti, riuniti l’altro ieri per eleggere il nuovo leader, non ci sono riusciti perché hanno fatto a botte. Non parliamo delle sigle del sindacalismo autonomo: mistero sugli iscritti, curano i loro interessi nel sottobosco dei patronati e degli enti bilaterali.

 

Del resto, l’articolo 39 della Costituzione non è mai stato applicato e noi oggi ancora discutiamo di quanti siano gli iscritti ai sindacati (ma vale anche per le organizzazioni imprenditoriali), della opacità dei loro bilanci, della loro democraticità.

 

Abbiamo lasciato per ultima la Cgil. Prima e meglio degli altri si è data limiti alla durata degli incarichi e regole di pubblicazione dei bilanci. E più degli altri fa presa tra i giovani e le donne. Ma è rimasta, anche quando la cinghia di trasmissione con il Pci è finita, irrimediabilmente prigioniera di un primato dell’azione politica sull’azione sindacale, che ne ha condizionato le scelte e la stessa selezione dei dirigenti. E prigioniera di un primato del conflitto e di una cultura incline a considerare l’impresa più un avversario da piegare che il motore dell’economia.

 

Ora, se il sindacato fosse anche uno strumento di promozione personale (e lo è, basti pensare a tutti gli ex leader di Cgil, Cisl e Uil passati alla politica), non sarebbe un problema. Lula diventò presidente del Brasile dopo una lunga carriera sindacale. Il guaio è un altro. È che il sindacato da troppo tempo ha perso la capacità di elaborare una visione strategica di promozione dei lavoratori, delle loro condizioni e del loro salario, adeguata ai tempi. I risultati, non a caso, sono deludenti. E mancata la definizione di obiettivi inclusivi delle necessità ed aspirazioni delle nuove generazioni. Ed è mancato il coraggio dell’unità. La divisione, rispondente ad interessi politici o di bottega, ha indebolito il sindacato. Che oggi, appunto, avrebbe bisogno di una rifondazione coraggiosa. Di rinascere e presentarsi in una veste nuova e con un programma ambizioso davanti a tutti i suoi iscritti facendo, per esempio, una cosa semplice ma rivoluzionaria, disdettando cioè tutte le tessere e chiedendone l’esplicito rinnovo, ai lavoratori come ai pensionati. Un nuovo inizio, per un nuovo sindacato. Ne uscirebbe un’Italia migliore.

 

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