18 marzo 2019

Il mio canto libero – Onorare Biagi accettando la sua scomodità 

Maurizio Sacconi


Bollettino ADAPT 18 marzo 2019, n. 11

 

Il rituale della pluralità di eventi attraverso i quali viene ricordato Marco Biagi, dopo diciassette anni, si è consolidato da un lato e continua a rinnovarsi dall’altro. La ragione di tanta vitalità postuma è rinvenibile nella originalità del metodo della sua ricerca e del merito di molte sue intuizioni. Comparatista fra moltissimi sciovinisti del diritto del lavoro, auspicava che l’Italia potesse così uscire dalle forti connotazioni ideologiche della sua vicenda politica e sociale per andare incontro ad un diritto europeo leggero quale pavimento inderogabile per duttili relazioni collettive sussidiarie, soprattutto di prossimità. Nel merito comprese per primo la fine della seconda rivoluzione industriale e con essa del lavoro omologato nelle produzioni seriali.

 

Sono due elementi che lo rendono oggettivamente attuale e scomodo. Perché da noi il vecchio impianto ideologico del lavoro come condanna e, conseguentemente, delle tutele rigide e meramente difensive tende carsicamente a riproporsi ogniqualvolta il cambiamento suscita sentimenti di paura del futuro nella società. Per questo alcuni preferiscono ricordarlo solo per la vicenda della scorta negata, che pure avrebbe meritato una verità anche se non penalmente rilevante. Ed altri sono portati a collocarlo in una icona astrattamente metodologica così da evitare ogni confronto con la sua modernità. Eppure quanto scrisse nel Libro Bianco del 2001, e che segnò la sua condanna a morte, è ancora lì a mettere in mora i protagonisti istituzionali e sociali delle politiche del lavoro. In particolare, se il mondo sta cambiando con progressione geometrica nel senso che si accentuano le continue transizioni occupazionali e professionali, le tutele “bloccanti” rallentano l’evoluzione delle imprese e impoveriscono le competenze dei lavoratori. Non c’è santo che tenga. L’Italia deve imparare a fare bene ciò che ha sempre fatto male, la formazione, e reimparare a fare benissimo ciò che da tempo ha disimparato a fare, l’istruzione. Anche se significa mettere in discussione vecchi metodi e contenuti pedagogici scomodando corporazioni autoreferenziali.

Onorarlo significa discutere quindi con sincerità delle sue straordinarie intuizioni anche se tuttora divisive

 

Maurizio Sacconi
Chairman ADAPT Steering Committee
@MaurizioSacconi

 




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