8 gennaio 2018

Il lavoro per davvero. Gran nodo tra vecchio e nuovo anno*

Francesco Seghezzi, Michele Tiraboschi


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Anche il 2017 è stato un anno in cui si è parlato molto di lavoro. Dalla guerra di numeri sulle assunzioni del Jobs Act all’esplosione dei contratti temporanei, una volta terminati i generosi incentivi che avevano accompagnato la prima fase della riforma del mercato del lavoro. Dall’alternanza scuola lavoro alle politiche attive e di ricollocazione che stentano a decollare e che portano taluni a richiedere a gran voce il ripristino a pieno regime dell’articolo 18. Una norma simbolo per il lavoro questa che, in realtà, non è però mai stata abrogata quanto, più semplicemente, superata dal Governo di Matteo Renzi per i soli nuovi assunti dal marzo 2015.

 

Non sono mancate le polemiche, gli scontri verbali e neppure nuove proposte per il prossimo anno. L’imminente campagna elettorale fa anzi immaginare che quello del lavoro resterà un tema centrale anche nei prossimi mesi. Ma nonostante tutto questo c’è tutto un mondo del lavoro che resta invisibile e che viene richiamato solo talvolta come arma dal populismo e dalla demagogia e per questo ancor più tradito. Si tratta di tutta quella fetta di persone, giovani e anziani, uomini e donne, del sud e del nord, clandestini e migranti che sono oggi esclusi dalle normali logiche del mercato del lavoro.

 

Alcuni di loro sono esclusi poiché non hanno proprio la possibilità di avere un lavoro, o perché hanno una formazione che non li prepara al lavoro o, peggio, perché espulsi a causa delle numerosissime crisi aziendali che abbiamo visto negli ultimi anni (e che ancora vediamo). Espulsioni non accompagnate da una seconda possibilità, ma accompagnate dal peso di competenze obsolete e dalla difficoltà, a cinquant’anni, di reinventarsi e tornare a studiare, anche perché oggi sono pochi gli strumenti che consentono di riqualificarsi mantenendo un reddito per sopravvivere. Ma non ci sono solo i disoccupati e gli inattivi. Esistono in Italia tre milioni di lavoratori vittime del lavoro nero, che gli ultimi dati vedono in crescita e che lavorano senza tutele, senza una assicurazione previdenziale per il futuro, senza un salario dignitoso, senza una copertura in caso di infortuni sul lavoro e malattie professionali. E poi coloro che pur avendo formalmente un contratto si trovano a lavorare in condizioni lontane da ciò che ci si aspetterebbe da un Paese moderno, come i lavoratori che ormai da oltre una settimana a Castelnuovo Rangone proseguono uno sciopero della fame di protesta nell’indifferenza generale.

 

A questo si aggiungono i migranti, che in Italia più che in ogni altro Paese europeo finiscono presto a ricoprire quei lavori più umili e dal salario più basso, mostrando la nostra incapacità di sfruttare al meglio un capitale umano che spesso è molto più qualificato di quello che si immagina. Per non parlare poi di tutte quelle persone affette da malattie croniche o peggio ancora da disabilità per i quali il lavoro sembra essere negato di diritto, quasi che in un mondo in cui la medicina e la tecnologia fanno miracoli non vi sia la possibilità per persone con problemi fisici e mentali di contribuire al bene comune attraverso il loro lavoro.

 

Il modo migliore per fare un torto a questo lungo elenco di invisibili sarebbe renderli oggetto di qualche bel pensiero natalizio, quasi che un periodo di quiete e gioia ci imponga moralisticamente di guardare a chi sta peggio di noi. Al contrario l’auspicio per il prossimo anno è che queste persone siano messe al centro della agenda politica non solo come un problema a cui guardare ma come una enorme risorsa di energie e speranze da liberare. Perché così, come non ha futuro una società che relega i malati a problema dei familiari, non hanno del pari futuro società ed economie che hanno smesso di essere inclusive e di moltiplicare le opportunità a beneficio di tutti. E questo non significa rilanciare politiche di mera assistenza oggi impossibili per i vincoli di bilancio e per il debito che ci caratterizza. Ma politiche che includono proprio perché attivano la persona, la rendono in grado di partecipare, in primis attraverso il lavoro, alla società.

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di Adapt

Direttore ADAPT University Press

@francescoseghezz

 

Michele Tiraboschi 
Coordinatore scientifico ADAPT
@Michele_ADAPT

 

*pubblicato anche su Avvenire, 31 dicembre 2017

 

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