2 novembre 2020

Il lavoro di cura ai tempi del COVID-19: a proposito di una recente analisi del gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla famiglia

Irene Tagliabue


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Bollettino speciale ADAPT 2 novembre 2020, n. 40

 

In un dibattito pubblico e scientifico tutto concentrato sull’impatto del Covid-19 sulle attività produttive, risulta di indubbio interesse il contributo offerto da Esuna Dugarova, nell’ambito del gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla famiglia, dal titolo “Unpaid care work in times of the COVID-19 crisis: Gendered impacts, emerging evidence and promising policy responses”. Lo studio fornisce uno spaccato su un settore di estrema importanza per le nostre società e le economie moderne, come è quello di cura e assistenza alla persona, che è sin qui stato trascurato sia in termini di analisi che in termini di misure promozionali e di tutela, come insegna anche il caso italiano (vedi F. Capponi, I. Tagliabue, Emergenza Covid-19: lavoro domestico e di cura ancora una volta dimenticato dalla politica, in Bollettino speciale ADAPT 18 marzo 2020, n. 3). Attraverso l’esame delle prove raccolte durante i mesi della pandemia e grazie all’utilizzo dei dati disponibili disaggregati per sesso, età e altri fattori, vengono in particolare ricostruite possibili risposte a livello globale, con l’obiettivo ultimo di rendere la crisi causata dal COVID-19 un’opportunità per ricostruire e ripensare le dinamiche sociali a livello mondiale, mettendo cura e riproduzione sociale al centro del dibattito.

 

Partendo da una analisi dei dati ad oggi disponibili, evidenziando il significativo impatto che il COVID-19 ha avuto innanzitutto sui sistemi sanitari di tutto il mondo, la pubblicazione si concentra sulle conseguenze che misure quali la chiusura dei confini nazionali e lockdown più o meno estesi hanno provocato in termini economici. Secondo le stime fornite si prevede che circa il 14% dell’orario di lavoro, un equivalente di 400 milioni di posti di lavoro a tempo pieno a livello globale, andrà perso solo nel secondo trimestre del 2020 (ILO 2020a), dati peggiori della perdita di posti di lavoro durante la crisi economica globale nel 2008-2009. Effetti in particolar modo devastanti per i lavoratori e per il loro sostentamento nel settore informale, dove le donne sono sovra rappresentate in tutto il mondo. L’epidemia ha, in questo senso, indubbiamente esacerbato gli impatti di genere della crisi, accentuando insicurezza economica e sociale delle donne, lavoro di assistenza non retribuito e violenza domestica, escludendole al tempo stesso da qualsiasi forma di sostegno sociale e istituzionale. A ciò si aggiunga inoltre che, mentre le donne lavoratrici sanitarie sono in prima linea nella risposta COVID-19, rappresentando 96 milioni o il 70,4% della forza lavoro totale nei settori della salute e dell’assistenza sociale, devono affrontare discriminazioni e svantaggi, inclusi quelli salariali, causati dalle strutture gerarchiche e agli stereotipi di genere che modellano la segregazione occupazionale.

 

Di grande interesse, poi, l’analisi delle dinamiche di genere presenti nell’ambito del lavoro di cura non retribuito, che mette in evidenza come le stime provenienti da 53 paesi confermerebbero oggi che il lavoro di assistenza non retribuito ammonta circa al 9% del PIL globale, arrivando a costituire un totale di 11 trilioni di dollari di parità di potere d’acquisto. Quando si misura un salario minimo orario, l’assistenza non pagata e il lavoro domestico sono valutati intorno al 40% del PIL (ILO 2018). Dati di grande impatto, a cui si aggiunge la consapevolezza che, nel mondo, le donne svolgono in media tre quarti, ovvero il 76,4%, dell’importo totale dell’assistenza non retribuita, dedicando in media 3,2 volte più ore al lavoro di cura non retribuito rispetto agli uomini.

 

La situazione è inevitabilmente peggiorata con la diffusione del COVID-19, che ha amplificato gli impatti -negativi- sul lavoro di cura non retribuito. La ridotta offerta di assistenza sia formale, attraverso apposite strutture, che informale, fornita da reti familiari di vario tipo, ha reso sempre più complesse le esigenze di conciliazione vita-lavoro dei genitori ed in particolare di quelli chiamati a lavorare da casa. Gran parte di questo carico aggiuntivo di lavoro, secondo i dati forniti alle Nazioni Unite da Dugarova, è ricaduto sulle donne, chiamate ad occuparsi non più solo di cura e assistenza in senso ampio, ma anche di aspetti legati all’istruzione dei figli, quasi interamente delegata alla gestione familiare, a seguito della chiusura obbligata delle scuole. Al di là degli evidenti effetti devastanti causati a livello sanitario ed economico, quindi, è innegabile che la crisi generata dal COVID-19 abbia provocato uno shock per le norme sociali relative alla distribuzione di cure a titolo gratuito e al lavoro domestico. La pandemia ha alterato la vita quotidiana in modo tale da poter ri-radicare i ruoli di genere, offrendo tuttavia al tempo stesso la possibilità di sovvertirli, attraverso la valorizzazione di quelle dinamiche in grado di coinvolgere maggiormente gli uomini, costretti a casa esattamente come le donne, nella gestione degli oneri di cura della famiglia.

 

Secondo quanto ricostruito all’interno del documento presentato alle Nazioni Unite, i governi del mondo hanno provato a rispondere alle emergenti esigenze di cura attraverso disposizioni politiche basate principalmente su quattro componenti chiave: il tempo, attraverso misure quali ad esempio congedi e possibilità di ricorrere al telelavoro, l’implemento di servizi di svariata natura, l’ampliamento di risorse economiche, quali assegni familiari o contributi economici e, da ultimo, il potenziamento di infrastrutture come strutture di assistenza o istruzione, in grado di alleggerire gli oneri gravanti sulle famiglie.

 

Le misure adottate dai singoli paesi al fine di sostenere le responsabilità di cura dei genitori si sono quindi tradotte principalmente in congedi retribuiti, di cui hanno potuto beneficiare i lavoratori nel settore formale coperto dall’assicurazione sociale. Si pensi proprio al nostro paese, in cui ai genitori che lavorano è stata data la possibilità di prendere un congedo fino a 15 giorni al 50% dello stipendio pagato dallo stato. Misure analoghe sono state poi previste in altri paesi europei, quali ad esempio la Francia, in cui i genitori hanno diritto ad un congedo per malattia retribuito in mancanza di alternative. Oppure, spostandosi oltreoceano, si considerino gli Stati Uniti dove, per la prima volta, è stata introdotta una misura che consente ai genitori, che si prendono cura di bambini le cui scuole o asili nido sono chiusi, di usufruire di un congedo familiare retribuito al 67% dello stipendio, per un periodo massimo di 12 settimane. Diversi paesi, da ultimo, hanno anche ampliato le opzioni di lavoro flessibile specificamente per aiutare i genitori a combinare lavoro e cura.

 

Sotto un’altra prospettiva, alcuni paesi hanno cercato di ampliare, come sopra ricordato, i servizi di assistenza nonostante le chiusure diffuse delle strutture. In Francia, ad esempio, le strutture di assistenza all’infanzia per le famiglie di lavoratori “essenziali” possono ospitare fino a 10 bambini. Misure analoghe sono state adottate anche in Austria, Paesi Bassi e Canada, con l’obiettivo di alleggerire la pressione sui genitori, in particolare se operatori sanitari.

 

In molti casi è stato fornito poi un sostegno al reddito ai genitori, anche attraverso forme di contributi economici, a seguito della perdita del lavoro o a della riduzione dell’orario di lavoro. Tra queste misure, in Europa meritano sicuramente di essere citate, a titolo del tutto esemplificativo, le indennità parentali temporanee che il Belgio ha previsto per i lavoratori autonomi, così come le misure introdotte nel nostro paese dal decreto c.d. “Cura Italia”. Ancora, la Svezia ha previsto che i genitori costretti a rimanere a casa a curare i figli abbiano diritto a un assegno parentale temporaneo che ammonta al 90% dell’indennità giornaliera che percepirebbero normalmente. In Asia, la Corea del Sud ha offerto ai genitori fino a 5 giorni di congedo per l’assistenza all’infanzia, accompagnati da una paga giornaliera, così come in Turchia i trasferimenti di denaro per le donne sono aumentati del 29% per i pagamenti sanitari, postnatali e di gravidanza. Accanto a queste misure, che non esauriscono di certo le previsioni che su scala mondiale sono state introdotte per il sostegno delle famiglie, diversi paesi hanno elargito aiuti finanziari anche alle aziende che forniscono ferie retribuite ai dipendenti con responsabilità di assistenza.

 

Da ultimo, in diverse circostanze sono stati introdotti anche aiuti di natura economica di altro tipo, attraverso la fornitura di acqua ed elettricità gratuite, prevedendo in alcuni casi deroghe o moratorie per le bollette delle utenze domestiche, in grado di alleggerire la pressione economica delle famiglie già duramente provate dalla crisi sanitaria ed economica.

 

Ciò che emerge chiaramente dall’analisi in oggetto, in conclusione, è la consapevolezza che un aumento così netto delle responsabilità di assistenza, lavori domestici e istruzione domiciliare ha costituito e sta costituendo una novità per moltissimi paesi. Da qui spiegato il tentativo, operato a livello globale, di contenere le implicazioni negative dell’incremento degli oneri di assistenza, con specifico riferimento a temi quali l’uguaglianza di genere, la produttività del lavoro e lo sviluppo economico.

 

Sebbene sia evidente che gli impatti che la crisi causata dal COVID-19 debbano ancora del tutto emergere, la ricostruzione di Esuna Dugarova fornisce sicuramente l’occasione per avviare una più ampia riflessione in materia di lavoro di cura non retribuito. La situazione emergenziale senza precedenti in corso in tutto il mondo può rappresentare in questo senso una occasione affinché si approdi ad una concezione della cura quale diritto universale a cui venga dedicato lo spazio necessario a livello globale. I sistemi di welfare di moltissimi – se non tutti i – paesi più duramente colpiti dalla pandemia hanno mostrato la propria inadeguatezza e incapacità di rispondere alle esigenze della popolazione, in particolare quella più fragile e bisognosa di assistenza. Solo attraverso il ripensamento dei sistemi di assistenza e di una maggiore integrazione tra pubblico e privato, con l’introduzione di politiche in grado di fornire nuovi servizi, risorse e infrastrutture sarà possibile nell’immediato futuro fornire risposte efficaci alle crescenti esigenze di una popolazione che invecchia e le cui richieste sono sempre maggiori e più complesse. Senza che questo, peraltro, si ripercuota unicamente sulle donne che, come questa pandemia ha contribuito ad evidenziare in modo netto ed inequivocabile, hanno sempre maggiori difficoltà a fornire le cure richieste all’interno della famiglia.

 

Irene Tagliabue

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

Università degli Studi di Bergamo

@TagliabueIrene

 




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