Il lavoro come partecipazione alle risorse universali. Il contributo di Rahel Jaeggi all’analisi delle moderne forme di alienazione

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Bollettino ADAPT 23 novembre 2020, n. 43

 

Sfruttamento, alienazione, precarietà, disoccupazione a lungo termine, sono soltanto alcune delle forme patologiche che il lavoro ha assunto nella nostra epoca, e che la crisi pandemica sta esasperando. Seppur non sia mai mancata, dai tempi della prima rivoluzione industriale, una riflessione critica sugli aspetti alienanti del lavoro, le domande di emancipazione umana di cui la critica di matrice marxista si faceva veicolo durante la società industriale sembrano trovare terreno fertile nel coevo sistema economico-produttivo. Nuovo vigore al dibattito teorico su questi temi lo sta infondendo Rahel Jaeggi, Professoressa di filosofia politica all’Università Humboldt di Berlino, ospite del recente seminario “Pathology and emancipation of labour” tenuto nell’ambito di un ciclo di incontri organizzati dall’International Research Centre for European Culture and Politics dell’Università Vita-Salute San Raffaele. Il presente contributo si propone di riportare alcuni spunti emersi durante l’incontro, con riferimento ad una declinazione moderna del termine “alienazione” nell’ambito di un più ampio ripensamento di cosa sia oggi il lavoro.

 

Contro ogni previsione di un più o meno imminente tramonto della società del lavoro, non si è mai assistito, in realtà, a una perdita di rilevanza del significato che il lavoro assume nella vita di ogni uomo. Oggi più che mai le persone aspirano a un posto di lavoro che non solo garantisca la sussistenza, ma corrisponda anche ai loro desideri di realizzazione più profonda. La maggioranza della popolazione continua a modellare la propria identità al ruolo svolto entro i processi lavorativi organizzati, anche quando questi sono apparentemente poco qualificati. La disoccupazione è esperita come uno stigma sociale, e i rapporti di lavoro precari sono causa di sofferenza e di nuovi disturbi psicosociali.

 

Rahel Jaeggi ha dedicato allo studio del concetto di alienazione una corposa monografia1, nella quale ha chiarito i limiti dell’uso che veniva fatto in passato di questo concetto, indicando vie percorribili oggi per riabilitarlo a strumento idoneo a interpretare le tante forme di alienazione sociale del nostro tempo. La filosofa politica tedesca ha declinato il concetto di “alienazione” in riferimento al mondo del lavoro nella paradossale formula di “relazione in assenza di relazione”. Quest’espressione indica una relazione ormai spogliata dei suoi tratti più autentici, un rapporto in cui sono stati soffocati i margini di autonomia e d’identificazione soggettiva con il proprio lavoro. Si evince così come oggi il tema dell’alienazione si sostanzia da una parte nella mancanza di potere e di autonomia, ma assume anche i connotati della perdita di senso. L’alienazione indica oggi una situazione paradossale in cui il lavoratore non si riconosce più nel processo produttivo in cui è coinvolto, avvertendo così il proprio lavoro come qualcosa di estraneo a se stesso.

 

Nel recente seminario che ha ispirato questo contributo si vuole focalizzare, Jaeggi ha invitato a rileggere l’alienazione come effetto di un “impedimento a partecipare alle risorse universali della società”. Si tratta di un ulteriore spunto del tentativo di aggiornare il concetto di marxiana memoria e adattarlo ai giorni nostri, per non disperderne il prezioso potenziale critico ed emancipatorio.

 

Jaeggi incardina la sua diagnosi degli odierni lavori patologici in un più ampio ragionamento volto a definire cosa sia un lavoro “ben riuscito”, che possa cioè fungere da principio guida al quale conformare, o almeno paragonare, forme concrete e situate di lavoro.

Dopo aver passato in rassegna – ed escluso – una serie di possibili definizioni relative alla nozione di lavoro (spaziando dal considerare ora il lavoro come un’attività faticosa, ora come un’attività strumentale e produttiva, ed infine come mero concetto economico), la filosofa di Berlino conclude che “il significato del lavoro può essere adeguatamente spiegato […] in termini di una messa in carico storicamente concreta delle risorse della società” (R. Jaeggi, Patologie del lavoro, Consecutio Rerum. Anno II, numero 4, 2018, p. 54). Il lavoro si configura come un concetto normativamente carico, in cui si sono sedimentate le aspettative normative e la forma attuale della relazione che una data società intrattiene con forme situate di lavoro. Compreso in questo modo, il concetto di lavoro non si riferisce semplicemente a ciò che una certa struttura è diventata nel tempo e a ciò che attualmente è, né a ciò che potremmo arbitrariamente leggere in essa. Sarebbe invece necessario intendere il lavoro come un concetto in cui un particolare problema e un compito corrispondente si sono cristallizzati nel corso del tempo.

 

L’interpretazione di Jaeggi di cosa sia un “lavoro ben riuscito” altro non è che quello che Hegel definiva nei Lineamenti di Filosofia del Diritto “la condivisione delle risorse universali della società” (G. W. F. Hegel, Elements of the Philosophy of Right, Cambridge University Press, Cambridge, 1991, §200, p. 233). Tali “risorse universali” devono essere intese, precisa la Professoressa di Berlino, “sia come ciò che una società possiede e sia come ciò che è capace di fare” (R. Jaeggi, Patologie del lavoro, Consecutio Rerum. Anno II, numero 4, 2018, p. 55).

 

Ma cosa implica, nello specifico, partecipare alle risorse universali della società? L’individuo che partecipa alla sfera sociale del lavoro fa qualcosa – cioè dà un contributo alle risorse universali – e ottiene o riceve qualcosa. “Attraverso il suo lavoro, l’individuo produce le risorse universali della società, e allo stesso tempo ha anche diritto a una parte di esse. È quindi evidente una relazioni in cui gli individui contribuiscono reciprocamente alla soddisfazione dei loro bisogni” (R. Jaeggi, Patologie del lavoro, Consecutio Rerum. Anno II, numero 4, 2018, p. 56).

 

Le risorse universali della società sono il risultato di un processo di sviluppo, nel quale il lavoro delle generazioni precedenti è archiviato. Condividere la sfera cooperativa del lavoro significa quindi condividere anche questa eredità sociale. L’universalità delle risorse sta, per Hegel, non solo nel fatto che queste siano il risultato di uno sforzo comune, ma anche nel fatto che ciò che si realizza attraverso il lavoro esprime un interesse universale, nella misura in cui la soddisfazione dei bisogni individuali assicura anche il benessere collettivo.

L’espressione “partecipazione alle risorse universali della società” richiama dunque l’attenzione sul fatto che ciò che è in questione è “una relazione tra individui (già liberati, indipendenti) e l’universale” (R. Jaeggi, Patologie del lavoro, Consecutio Rerum. Anno II, numero 4, 2018, p. 57). “Lavorando e contribuendo con le loro capacità e abilità, questi individui possono farsi parte dell’ambito universale; ma d’altra parte, questa sfera esiste solo come relazione tra individui (liberi). Il lavoro non è quindi semplicemente una relazione cooperativa; nella società civile, è una relazione cooperativa tra esseri liberi (emancipati, liberati) che si genera come una sfera etica solo attraverso la loro cooperazione. E questo funziona anche in senso inverso; la dimensione etica del lavoro nasce solo perché questa cooperazione è libera” (R. Jaeggi, Patologie del lavoro, Consecutio Rerum. Anno II, numero 4, 2018, p. 57).

 

Se si intende, sulla scorta di Jaeggi, il lavoro come condivisione delle risorse universali della società, le patologie del lavoro possono essere intese quindi come diversi modi di rifiutare o impedire la partecipazione a queste risorse universali. Oggi ci si aliena non solo perché costretti a svolgere mansioni ripetitive, impoverite, prive di senso in una catena di montaggio, ma anche perché costretti alla disoccupazione, a un lavoro precario e discontinuo. In tutti questi casi, sostiene Jaeggi, ci si scontra con ostacoli strutturali che impediscono l’appropriazione individuale delle risorse della società, da cui solo potrebbe passare la realizzazione di un progetto di vita in cui poter esprimere il valore e la peculiarità del proprio sé, nella cooperazione con gli altri.

Uno spunto per contestualizzare gli spunti di Jaeggi si ricava dall’insieme variegato di pratiche e modelli che utilizzano le tecnologie digitali per facilitare il contatto, lo scambio e la collaborazione tra le persone, noto con l’espressione “economia delle piattaforme”. Il fenomeno, già in ascesa nell’ultimo decennio, ha subito infatti una notevole accelerazione in termini di utilizzo e diffusione durante i mesi della pandemia, consentendo il proseguo di una serie di servizi anche durante il blocco delle attività. Se il lavoro, sulla scorta di Jaeggi, è da intendersi come mezzo per partecipare alla società, si evince facilmente come il sistema delle piattaforme online, lungi dal favorire una disintermediazione tra domanda e offerta, sfoci in forme di alienazione moderne come quelle appena descritte. Alla base di quello che Jaeggi chiama un “lavoro ben riuscito”, vi è infatti un processo di riconoscimento intersoggettivo reciproco tra i membri coinvolti nel processo produttivo, che le reti di piattaforme, sempre più interconnesse a livello globale, scoraggerebbero, inibendo così anche una partecipazione diretta alle risorse della società.

 

Cecilia Leccardi

ADAPT Junior Fellow

@CeciliaLeccardi

 

1 R. Jaeggi, Alienazione. Attualità di un problema filosofico e sociale, a cura di G. Fazio, Castelvecchi, Roma, 2017

 

Il lavoro come partecipazione alle risorse universali. Il contributo di Rahel Jaeggi all’analisi delle moderne forme di alienazione