Il lavoro c’è, la qualità ancora no*

Francesco Seghezzi, Michele Tiraboschi


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Bollettino ADAPT 17 giugno 2019, n. 23

 

Una crisi economica strisciante, le nuove insicurezze e uno scenario da fine del lavoro per colpa delle tecnologie di nuova generazione. Eppure, se usciamo da una narrativa ricorrente e guardiamo ai fatti per quello che sono, mai così tante sono state le persone occupate in Europa. Sono i dati diffusi da Eurostat a sancire questo record che arriva in un momento storico nel quale il lavoro è tra le preoccupazioni maggiori delle persone e delle famiglie.

 

Preoccupazioni che arrivano da una rapidissima trasformazione dei processi produttivi che genera il timore che un robot o un algoritmo possano rubarci il lavoro. Da una trasformazione demografica che è l’insieme dell’aumento dell’aspettativa di vita delle persone e del calo della natalità a cui fa seguito la crisi del welfare pubblico e l’esigenza per la tenuta dei conti pubblici di spostare sempre più avanti l’età della pensione. Ma anche la paura dell’immigrazione e della concorrenza al ribasso su tanti lavori, fino alla preoccupazione, in crescita, per le trasformazioni climatiche e ambientali delle quali, già con l’avvio della prima rivoluzione industriale, il mondo della produzione e le istituzioni non si sono interessate. Il record di occupati in Europa dovrebbe quindi tranquillizzarci e adagiarsi sul comodo letto delle statistiche? Difficile che sia così anche perchè sui dati del mercato del lavoro l’Italia resta il fanalino di coda assieme a Grecia e Spagna. Però questi dati ci dicono una cosa importante, che può farci cambiare il punto di vista con il quale guardiamo alla evoluzione del mondo del lavoro.

 

Perché quello che emerge è che il problema del lavoro oggi non è tanto un problema di quantità ma di qualità e sicurezza. Il malessere e lo scontento ne sono la dimostrazione principale, ma se si scava nei dati si scoprono tante cose. Sono aumentati moltissimo i lavoratori con rapporto di lavoro part time di tipo involontario, ossia quelli che vorrebbero lavorare a tempo pieno ma non trovano un lavoro di questo tipo. Aumentano i contratti di lavoro brevissimi, con durata inferiore a un mese. Aumentano i tirocini extracurriculari, raddoppiati dal 2012, la cui vera criticità è l’assenza di un legame con un reale percorso formativo col rischio di tradursi così in tanti lavoretti a basso costo.

 

Così come aumenta soprattutto il lavoro per le persone più mature e non per i giovani. Ma aumentano anche i lavori in settori a bassa produttività, con poche ore lavorare e salari bassi. Per non parlare degli invisibili del mercato del lavoro, dai disabili a chi viene colpito da una malattia invalidante che lo costringe anche in giovane età ai margini del mercato del lavoro. E poi la piaga del sommerso e del lavoro irregolare, dilagante nei mercati del lavoro domestico e di cura della persona.

 

Non è tutto rose e fiori quindi, ma se continueremo a concentrarsi solamente sulla quantità anche le politiche messe in campo rischiano di essere poco efficaci. La sfida ruota intorno a due concetti che andrebbero riscoperti e adattati alla situazione attuale: sostenibilità e professionalità. Sostenibilità di una transizione verso una economia digitale che cerchi di non lasciare indietro nessuno, e sostenibilità di un equilibrio sociale all’interno di una società sempre più vecchia.

 

Questo significa individuare nuove modalità di garantire il diritto alla formazione e all’aggiornamento professionale, il riconoscimento e la certificazione delle competenze ma anche nuove forme di invecchiamento attivo che consentano ai lavoratori più maturi di dare il loro contributo coscienti però dei limiti che l’età impone. E in questo senso la riscoperta della centralità della professionalità può essere una chiave. Perché professionalità non è solo tecnicismo, competenze iper specializzate. Sicuramente è anche quello, e bisogna lavorare perché il treno dell’innovazione non ci passi davanti senza che ce ne accorgiamo. Ma professionalità è anche riconoscere il valore di quelle competenze relazionali e sociali che sono sempre più richieste dalla nostra società, che nei suoi meandri è meno cinica e fredda di quanto viene dipinta. Soprattutto professionalità è espressione della persona nel lavoro, dei suoi desideri di senso e di valore, che è molto di più di una soddisfazione dei pur importanti bisogni primari e materiali.

 

Francesco Seghezzi

Presidente Fondazione ADAPT

@francescoseghezz

 

Michele Tiraboschi 
Coordinatore scientifico ADAPT
@Michele_ADAPT

 

*pubblicato anche su Avvenire, 15 giugno 2019

 




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17 giugno 2019