13 marzo 2017

Il futuro della professione dell’avvocato: il caso francese

Elena Colombelli


Lo scorso febbraio, l’avvocato Kami Haeri, del foro di Parigi, ha consegnato al Ministro della Giustizia francese Jean-Jacques Urvoas un importante Rapporto sul futuro della professione di avvocato che merita l’attenzione anche del lettore italiano per i temi trattati e le proposte avanzate. Non si tratta di un caso isolato, dal momento che anche in altri Paesi, si sta discutendo dell’evoluzione delle professioni legali, a fronte dei mutamenti tecnologici e dei nuovi bisogni emergenti che tanto impattano su un modo oramai superato di intendere la professione e il relativo mercato di riferimento (cfr. tra i tanti il monitoraggio condotto dal Centro per lo Studio della professione forense presso la Georgetown University e Thomson Reuters Peer Monitor,  su cui I. Moscaritolo, La crisi delle professioni legali: spunti dal caso americano, in Bollettino ADAPT, 11 luglio 2016).

 

Lo studio francese ha rilevato un certo ritardo della professione ad adeguarsi alle dinamiche sociali in atto, ritardo dovuto probabilmente alla storia e al prestigio che da sempre connotano l’avvocatura e che, di conseguenza, sembrerebbero metterla al riparo da ogni mutamento. Ciononostante, il Rapporto ha elaborato una serie di proposte volte a superare questo immobilismo, Secondo i dati contenuti nel Rapporto, il numero degli avvocati in Francia è in continua crescita: ciò testimonia come la professione sia tuttora in grado di attrarre giovani studenti in ragione della sua storia prestigiosa e della percezione che la società conserva della figura dell’avvocato.

 

Tuttavia, considerati i mutamenti sociali descritti nel rapporto, è evidente come vi sia la necessità di adeguare la professione alla società contemporanea e del futuro. A questo scopo, occorre puntare sulla versatilità dell’avvocato, cioè sia sulla capacità di lavorare in ambiti diversi da quelli per cui ci si è specializzati che su quella di svolgere funzioni diverse da quelle tipiche dell’avvocatura (arbitrati, mediazioni, conciliazioni), benché la maggior parte degli avvocati francesi eserciti la professione seguendo un modello economico tradizionale, non idoneo ad adeguarsi alle nuove esigenze e necessità del cliente che, conseguentemente, si allontana o rinuncia ad usufruire del servizio.

È, dunque, necessario ripensare la figura dell’avvocato, alla luce anche della grande variabilità del mercato e del moltiplicarsi delle aree di potenziale intervento del professionista. In caso contrario, si spianerebbe la strada ad altre figure professionali potenzialmente concorrenti all’avvocato stesso, dal momento che uno stesso problema può essere affrontato da soggetti diversi. Ci si riferisce soprattutto, al giurista d’impresa che, con i suoi 16000 esercenti, rappresenta la seconda professione legale praticata sul territorio francese.

 

Solo attraverso una profonda innovazione della professione, quindi, l’avvocatura potrà mantenere la sua rilevanza socio-economica, con l’obiettivo di ampliare il proprio mercato. Nonostante la perdurante situazione di crisi economica, Il bisogno di diritto, infatti, è comunque in crescita, pur registrandosi una certa ritrosia a chiedere l’intervento del legale: spesso sono proprio le tariffe elevate (e spesso poco trasparenti) ad allontanare il potenziale cliente.

Inoltre, è stata registrata una certa difficoltà ad accedere ai servizi offerti dall’avvocato. A tal proposito, il ricorso alla tecnologia potrebbe essere risolutivo di una serie di problemi: si ricordi come le professioni concorrenti a quella dell’avvocato, come ad esempio gli esperti contabili, fondino il loro successo proprio sulla maggiore accessibilità e vicinanza al cliente.

 

La digitalizzazione rappresenta senza dubbio uno strumento idoneo ad ampliare il mercato dell’avvocato, andando comunque anche a vantaggio del cliente (parcelle meno onerose stante la diminuzione dei costi da sostenere per i locali in cui ha sede lo studio dell’avvocato ad esempio).

Anche con riferimento al mondo giuridico, dunque, si può ben parlare di ubérisation, cioè di un cambiamento delle relazioni tradizionali fondato proprio sull’evoluzione digitale. Si tratta di un modello economico in cui chi eroga il servizio e l’utente-cliente sono direttamente connessi, grazie soprattutto all’impiego di Internet e delle nuove tecnologie, che consentono di richiedere la prestazione in qualunque momento. È evidente, quindi, come in questo modo si migliori l’accessibilità al servizio, ottenendo generalmente anche una riduzione dei costi.

 

Esistono, addirittura, software in grado di rispondere alle domande poste dagli utenti: Ross40, proveniente dalla casa IBM, è in grado di individuare, tra i milioni di documenti disponibili e in continuo aggiornamento, la risposta a una determinata questione giuridica.

Più in generale, occorre estendere il patrimonio di conoscenze giuridiche attraverso siti internet che consentano agli utenti di consultare e documentarsi da sé (doctrine.fr, legifrance e openlaw sono i più diffusi). Gli avvocati dovrebbero invece indirizzarsi verso il cd. freemium, cioè una strategia in base alla quale vengono proposte ai potenziali clienti due versioni dello stesso prodotto, una più semplice, gratuita, e una più ricca, a pagamento.

Effettuate queste considerazioni, risulta chiaro che l’avvocato del domani non potrà più rimanere ancorato alla tradizione che contraddistingue questa professione: è necessario, quindi, rivedere il percorso formativo del giurista.

 

Il rapporto mostra come si debba puntare sulla qualità della formazione, in modo tale che l’avvocato possa spiccare su altre professioni potenzialmente concorrenti.

Risulta altresì necessario ottimizzare i tempi della formazione, pur garantendone la completezza e l’eccellenza: i CRFDA (Centres régionaux de formation professionelle des avocats) non devono, quindi, ripetere quanto già appreso dagli studenti durante gli anni universitari.  Di conseguenza, gli insegnamenti di materie puramente giuridiche, ad eccezione delle procedure, diventano superflui: l’aspirante avvocato dovrà, invece, acquisire conoscenze più approfondite in altri ambiti, come quello economico, sociologico, linguistico.

Ad ogni modo, è opportuno che anche le università rivedano il proprio iter formativo, per mettere gli studenti nelle condizioni di scegliere consapevolmente il loro sbocco professionale specifico, una volta terminati gli studi.

 

A tal proposito, risulterebbe utile rivedere e, anzi, rafforzare, il sistema delle Cliniques Juridiques, da istituire presso ogni facoltà di giurisprudenza, in modo da offrire ai laureandi la possibilità di mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti. Nella maggior parte dei casi, infatti, gli studenti non hanno l’occasione di affrontare casi giuridici concreti e reali nei primi anni universitari: le Cliniques, dunque, andrebbero a colmare questa lacuna, consentendo un’esperienza pratica a favore dei cittadini più bisognosi che, conseguentemente, esplicherebbe anche la cosiddetta funzione sociale del diritto, inteso come strumento di dialogo e assistenza.

In definitiva, l’evoluzione della professione forense, in Francia così come in Italia, passa necessariamente da una revisione del percorso formativo: come ci si potrebbe approcciare, ad esempio, ad un processo telematico senza le adeguate conoscenze informatiche?

 

La recente riforma forense italiana ha cercato di dare una risposta a quest’esigenza, cercando di promuovere la cooperazione tra università e avvocatura con la possibilità di anticipare la pratica forense agli ultimi anni accademici. È altrettanto vero, però, che in Italia sembra mancare una visione effettivamente progressista del problema: basti pensare alla recente iniziativa della CGIL che, con l’appoggio dell’Associazione Nazionale Forense e della Mobilitazione Generale degli Avvocati, ha indetto una raccolta firme per sostenere una proposta di legge che metta fine all’incompatibilità tra la professione di avvocato e il lavoro subordinato (o parasubordinato). L’obiettivo è quello di predisporre delle forme contrattuali che tutelino praticanti e giovani avvocati che, allo stato attuale, faticano notevolmente ad avviarsi alla professione.  L’idea, dunque, è quella di verticalizzare il rapporto di collaborazione tra legali, secondo una prospettiva che rimane ancora gerarchica, in linea con la stessa visione tradizionalistica che si è a lungo mostrata ostile alla digitalizzazione della professione.

 

Elena Colombelli

ADAPT Junior Fellow

@ColombelliElena

 

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