18 giugno 2014

Il Fmi all’Italia: riforme ok, disoccupati no

Alessandro Barbera (La Stampa)


Un incipit così, in un documento ufficiale, in Italia non lo si era mai visto. «Il nostro è un Paese arrugginito, un Paese impantanato, incatenato da una burocrazia asfissiante, da regole, norme e codicilli».

 

La dichiarazione è di Matteo Renzi, il documento è la dichiarazione finale della missione annuale del Fondo monetario. Un endorsement esplicito? Un modo provocatorio per sottolineare che i problemi sono sotto i nostri occhi? Al lettore l’ardua sentenza.

 

Resta un fatto: al team dei funzionari di Washington l’agenda Renzi non dispiace. Lo scrivono chiaramente nel secondo capoverso del documento: «Il presidente del Consiglio ha definito un quadro ambizioso per riformare la legge elettorale, il mercato del lavoro, il sistema giudiziario e il settore pubblico. L’approvazione della legge delega in materia fiscale fornisce un quadro apprezzabile per semplificare e migliorare il sistema. La realizzazione di un vero cambiamento è essenziale per rafforzare la fiducia e il sostegno alle riforme. A partire da questo programma, la missione identifica nelle aree che seguono le priorità per sbloccare il potenziale di crescita e la produttività dell’Italia».

 

Quel che segue è il solito quaderno delle lamentanze: il Fondo registra una ripresa dell’economia ma «fragile» e una disoccupazione «inaccettabile», chiede di adottare «un contratto a tutele crescenti» per superare il dualismo del mercato del lavoro, meno tasse, una spesa pubblica più efficiente, norme per aumentare la concorrenza nell’economia, privatizzazioni per contribuire a far scendere il debito pubblico, che resta sa va sans dire il problema dei problemi. Sul punto il Fondo ci invita a «fare di più», a «un contenuto avanzo strutturale di bilancio il prossimo anno» evitando però «una stretta eccessiva che faccia deragliare la ripresa».

 

I tempi in cui Washington ci chiedeva austerità e ancora austerità sembrano lontani anni luce. Se in passato i problemi di finanza pubblica erano in cima alle raccomandazioni, quest’anno il capitolo sulla «politica di bilancio» è solo il terzo e sottolinea la necessità di «sostenere la crescita».

 

Poi ci sono tre dettagli che meritano una particolare attenzione. Il primo è la richiesta di «differenziare i salari pubblici a livello regionale per migliorare il legame fra produttività e salari». Il ministro Padoan ci tiene a sottolineare che non si tratta di gabbie salariali «un termine demodé» semmai dell’auspicio per una macchina pubblica in grado di offrire premi e incentivi. Il secondo punto importante è la proposta di spostare risorse dalle pensioni a «scuola e politiche attive del lavoro» per «ridurre lo squilibrio fra generazioni» tagliando «gli assegni più alti». Infine il giudizio sulla situazione del sistema bancario. Gli esperti del team italiano dicono che le sofferenze bancarie crescono, ed hanno ormai raggiunto il 16 per cento dei crediti. Non chiedono la costituzione di una «bad bank» pubblica, ma ci si avvicinano molto quando propongono «l’aumento della pressione nazionale per smaltire» quei crediti inesigibili. Nei mesi a venire i problemi delle banche saranno nuovamente di grande attualità: piene di cattivi crediti, bisognose di capitali freschi per via dei nuovi requisiti che la Bce e l’Eba gli imporranno, ma allo stesso tempo chiamate a fare la loro parte per far ripartire il credito alle imprese.

 

Ieri all’apertura di Pitti uomo Renzi ha usato toni che non ammettono repliche, ricordando che la stessa Bce ha nuovamente abbassato i tassi e promesso liquidità in abbondanza. La risposta non sarà scontata. Il premier continua in ogni caso a mostrarsi ottimista: «Per uscire dalla crisi dobbiamo fare leva sui nostri pregi, che sono più forti delle nostre preoccupazioni. La crisi non è finita ma può essere vinta mettendo in campo tutti gli strumenti a disposizione».

 

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