9 ottobre 2015

Il dialogo sociale europeo parla italiano

Paolo Tomassetti


Nel 2011 ho scritto un saggio con una collega di dottorato intitolato Il ruolo delle parti sociali nella fase ascendente del diritto dell’Unione europea. In quel lavoro abbiamo cercato di evidenziare come le parti sociali a livello nazionale possano svolgere un ruolo determinante nel processo di produzione della politica sociale europea, constatando tuttavia alcuni ritardi e limiti delle nostre associazioni di rappresentanza nel cogliere questa opportunità.

 

Oggi il dialogo sociale europeo, che quest’anno ha compiuto il suo trentesimo anniversario, parla italiano. Luca Visentini della UIL è stato eletto Segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (ETUC), Emma Marcegaglia è Presidente di Businesseurope e Salvatore Marra è Presidente dei giovani dell’ETUC. Nei ruoli tecnici, mi viene in mente Valeria Ronzitti alla direzione del CEEP, Cinzia Sechi all’ETUC, Ilaria Savoini alla guida del dialogo sociale in Eurocommerce, e la sua omologa Laila Castaldo nel sindacato europeo del commercio. E poi i tanti bravi funzionari delle nostre associazioni di rappresentanza delegati presso gli organismi di dialogo sociale europeo: Stefania Rossi della Confindustria, Giuseppe Iuliano della CISL e Cinzia Del Rio della UIL sono solo alcuni nomi storici dei tecnici che portano la voce delle aziende e dei lavoratori italiani nelle istituzioni di Bruxelles.

 

Tra i tanti motivi del protagonismo italiano nel dialogo sociale europeo credo ci sia anche la solidità del nostro sistema di rappresentanza del lavoro. È un’affermazione azzardata e impopolare questa. Ma c’è stato un sovraccarico mediatico sulla crisi del nostro sistema di relazioni industriali che rappresenta un’immagine non del tutto fedele alla realtà. Credo innanzitutto non ci sia da meravigliarsi se il sindacato è lento a risolvere i tanti conflitti di rappresentanza esplosi in questi anni e a trovare nuove forme di rappresentazione dell’interesse collettivo: è una istituzione, e le istituzioni – nel nostro modello di capitalismo – evolvono in maniera incrementale.

 

Per converso, il sistema di relazioni industriali domestico vanta un tasso di copertura della contrattazione collettiva che è tra i più elevati al mondo. Il CCNL è ancora l’architrave del sistema contrattuale. Il nostro sindacato e le nostre rappresentanze imprenditoriali continuano ad essere le principali istituzioni del mercato del lavoro, con ampi poteri consultivi e regolatori esercitati con senso di responsabilità ad ogni livello. Comparativamente, hanno subito un processo di erosione della membership molto inferiore a quello di altri Paesi e, soprattutto a livello decentrato, stanno dimostrando una grande capacità di resilienza e creatività adattiva al cambiamento.

 

 

Penso che forti di questa solidità i nostri rappresentanti a Bruxelles possano davvero contribuire a trasformare in realtà la retorica sull’importanza del dialogo sociale europeo e della dimensione internazionale delle relazioni industriali nel fronteggiare le sfide della grande trasformazione del lavoro.

 

Paolo Tomassetti

ADAPT Research Fellow

@PaoloTomassetti

 

 

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