Il caos degli incentivi per l’occupazione giovanile

Francesca Fazio


Al giro di boa verso la nuova programmazione dei fondi strutturali 2014-2020, la mappatura Incentivi per i giovani. Guida ragionata alle misure nazionali e regionali di sostegno alla occupazione giovanile, curata dal gruppo di ricerca di Adapt, mostra una galassia confusa di misure messe in atto a livello nazionale e regionale per fronteggiare l’emergenza occupazionale. Il rischio, però, è che questo elenco non abbia l’incisività e l’impatto necessario.

 

La ricerca svela una certa frammentazione di misure e una sovrapposizione fra livelli (nazionale/regionale) e organizzazioni incaricate (ministeri, regioni, terzo settore, amministrazioni centrali e altri enti pubblici) che, in assenza di un coordinamento adeguato e di un sistema di monitoraggio efficiente, rischia di sostanziarsi in uno spreco di fondi pubblici.

 

A livello nazionale si ritrovano incentivi di tipo contributivo, economico, normativo e fiscale. Lo sconto contributivo consiste in un’agevolazione pari a un terzo della retribuzione lorda mensile imponibile ai fini previdenziali per un periodo di 18 mesi (per un tetto massimo di 650 euro mensili) in caso di assunzione a tempo indeterminato di determinate categorie di giovani. Incentivi di tipo economico sono poi riconosciuti per incrementare l’occupazione femminile o a sostegno di esperienze di tirocinio. Un sostegno di tipo fiscale è previsto in caso di assunzione di giovani ricercatori. Infine, un mix tra incentivi normativi, contributivi e fiscali è contenuto nel contratto di apprendistato così come disciplinato dal Testo Unico del 2011.

 

Accanto alle iniziative legislative, vari bandi nazionali, prevalentemente attuati da ItaliaLavoro, tentano di tradurre in concreto le linee di azione a favore dell’occupazione giovanile. A tal proposito spicca il forte sostegno per i progetti che riguardano il contratto di apprendistato e in modo particolare quello di alta formazione e ricerca. I benefici economici riconosciuti al datore di lavoro che assume attraverso tale tipologia contrattuale sono significativi. Si tratta di 6.000 euro in caso di un rapporto a tempo pieno e di 4.000 euro in caso di part-time. Le linee di azione sono poi attuate dalle Regioni attraverso specifici bandi prevalentemente a valere su fondi europei. A livello regionale, si sconta in alcuni casi una certa difficoltà di reperimento delle informazioni, per il labirinto costituito dalle diverse pagine web istituzionali. Se alcuni siti sono chiari e intuitivi, altri non permettono all’utente di avere un quadro certo e immediato degli incentivi disponibili e dei criteri di eleggibilità per ottenerli, limitando quindi, già in questa fase, la capacità di impatto della misura.

Dal punto di vista degli obiettivi, le misure non sono sempre coerenti fra loro. Si promuove l’accesso dei giovani al mercato del lavoro attraverso la massiccia incentivazione del tirocinio (anche di tipo curriculare), accanto a quella dell’apprendistato, salvo poi dover mettere in atto misure di incentivazione per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro “precari”. La diffusione di tirocini finanziati a livello regionale è poi spesso attuata come mera misura assistenziale per l’inclusione nel mercato del lavoro di soggetti svantaggiati.

 

Alcune misure regionali, quali le “staffette” o i “ponti generazionali” di Campania, Emilia Romagna, Lombardia (basati sulla misura nazionale di Welfare-to-Work “Staffetta generazionale”), partono poi da un assunto concettuale che numerosi studi empirici hanno dimostrato essere errato, ovvero che per creare lavoro per i giovani si debba ridurre quello dei più anziani.

 

Quello che viene fuori, inoltre, è che la gravità della crisi occupazionale giovanile abbia aumentato l’incentivazione dell’auto-imprenditorialità, quale alternativa alla domanda di lavoro che langue, sostenuta a livello regionale da numerosi forme di incentivazione, dal microcredito ai contributi a fondo perduto. Ma, anche in questo caso, data l’elevata mortalità che caratterizza tipicamente le nuove imprese, in assenza di un monitoraggio di lungo periodo circa gli esiti di tali incentivazioni vi è il rischio di proseguire con misure dalla scarsa incisività.

 

Risulta infine confuso il bacino di destinatari delle azioni di sostegno per i giovani. Complice l’ingresso ritardato nel mercato del lavoro e la gravità della crisi economica, le misure di aiuto ai giovani si estendono ben oltre i 25 anni (standard internazionale), arrivando fino ai 35 anni o addirittura in alcuni casi si parla di “giovani con età non superiore ai 40 anni”. Alla luce delle frammentarie e variegate iniziative nazionali e regionali, la Garanzia per i Giovani può essere una svolta. Non e non tanto perché arriveranno nuove risorse europee, quanto per la possibilità di ricondurre a un quadro unitario e di sistema le misure per l’occupazione giovanile.

 

Francesca Fazio

ADAPT Research Fellow

@francesca_fazio

 

* Il presente articolo è pubblicato anche in Linkiesta, 6 febbraio 2014.

 

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