Giustizia, fisco e lavoro. Basta ideologie sterili è il momento di cambiare

Stefania Giacci (Libero, 28 ottobre 2014)


Per troppi anni in Italia hanno prevalso i principi utilitaristici dei singoli sull’interesse generale. Le voci della crisi non hanno raggiunto la sfera del comportamento e dell’azione. Hanno increspato solamente il piano della sensibilità di un sentimentalismo vago. Ma si sono fermate lì, senza tradursi in riforme. Per molte di quelle aziende è tardi ma non può essere tardi per il nostro Paese. Questo vuol dire intervenire sulla giustizia: perché abbia tempi certi, perché i lodi arbitrali, tanto costosi, non durino decenni. È necessario cominciare a parlare di premi per chi opera rispettando la legge e non solo di penali per chi la elude. Questo vuol dire intervenire sul fisco: un Paese moderno con un sistema fiscale costante e chiaro. Questo vuol dire intervenire sul lavoro, sulla sua regolazione ma soprattutto sulla sua creazione. Anche su questo capitolo, certamente sensibile, spesso si è premesso l’interesse utilitaristico dei singoli a quello generale. Lo conferma il dibattito di questi giorni sulla riforma del mercato del lavoro, un dibattito che sembra quasi esaurirsi con lo scontro sull’articolo 18. Eppure lo Statuto dei lavoratori ha 44 anni, è già fuori dagli orizzonti temporali delle nuove generazioni di imprenditori e lavoratori. Per un Paese moderno è arrivato invece il momento di riformare organicamente tutta la materia, senza lasciare nessuno indietro. Iniziando a dire che la declinazione del problema che ci viene proposta quotidianamente, ossia quella che “per le imprese è un dovere creare lavoro, per i lavoratori è un diritto lavorare”, non è l’unica possibile. Se proviamo infatti a invertire i termini scopriamo che in italiano funziona. Ma è solo a livello grammaticale perché in realtà per le imprese questo diritto si trasforma spesso in una missione impossibile. E per i lavoratori il dovere si trasforma in un optional, a causa di assenteismo e malattie troppo facili. La verità, però, è che esistono diritti e doveri per entrambe le parti. Basta nascondersi dietro le ideologie, è il momento di cambiare. Non è più il tempo di cucire gli strappi ma quello di tessere dei nuove trame più utili e meno elettorali. Questo Paese non riparte senza competenza e senza responsabilità. E nessuno può esimersi: impresa, politica, sindacato, lavoro, scuola, pubblica amministrazione.




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