19 ottobre 2015

Giovani, scuola, lavoro: il ponte del placement è ancora traballante

Umberto Buratti


Può apparire bizzarro, eppure nell’epoca di una disoccupazione giovanile superiore al 40% la ricerca di un giovane candidato per una posizione lavorativa può rivelarsi cosa alquanto complicata. Soprattutto se si sceglie di rivolgersi non agli attori specializzati presenti sul mercato – agenzie per il lavoro, siti internet dedicati, aziende di ricerca e selezione – ma direttamente alle scuole che hanno preso in carico il ragazzo durante il suo percorso formativo. È dalla riforma Biagi del 2003, infatti, che queste, insieme alle università, sono autorizzate ope legis a intermediare i propri studenti in uscita secondo le indicazioni contenute nell’articolo 6 del decreto legislativo n. 276/2003.

 

Tuttavia, alla prova dei fatti il sistema di incontro tra domanda e offerta di lavoro che parte dalla scuola, così come pensato dal Legislatore ben dodici anni fa, risulta ancora molto traballante. E questo nonostante le misure di ulteriore semplificazione introdotte nel 2011 per cui oggi per poter sviluppare il proprio placement le scuole e le Università devono rispettare tre sole condizioni:

 

  1. Pubblicare e rendere gratuitamente accessibili sui propri siti, fino ad almeno a dodici mesi dopo la conclusione del percorso formativo, i curricula degli studenti a partire dall’ultimo anno per le scuole superiori o dall’immatricolazione per le università;
  2. Interconnettersi alla borsa continua nazionale del lavoro tramite il portale cliclavoro.gov.it;
  3. Rilasciare alle Regioni e al Ministero le informazioni utili per il monitoraggio sui fabbisogni professionali e il funzionamento del mercato del lavoro.

 

Per rendersi conto della distanza tra la norma e la realtà è sufficiente mettersi all’opera e provare a cercare di intercettare un giovane partendo proprio dai servizi placement delle scuole secondarie superiori e delle università, come fa ADAPT abitualmente.

 

Partiamo dalla ricerca di un giovane neo-diplomato con competenze in ambito informatico. La ricognizione sui siti ufficiali di alcuni Istituti secondari superiori rivela subito come questi si siano dotati – sovente – di una apposita sezione pensata per i servizi placement. Per la maggior parte dei casi, tale pagina del sito è stata costruita grazie ai contributi ottenuti dal progetto FiXO per la realizzazione e la qualificazione sei servizi di intermediazione delle scuole promosso alcuni anni fa sotto la regia di Italia Lavoro.

Dietro, però, la vetrina si nascondono le prime problematicità. I curricula pubblicati non di rado non sono aggiornati. Non solo. Provando a contattare via mail i referenti del servizio placement della scuola, capita di non aver alcuna risposta. La sensazione generale è quindi quella di una attività svolta dagli istituti secondari superiori magari sotto la spinta dei finanziamenti nazionali gestiti da Italia Lavoro, ma poi di fatto non implementata e curata in modo costante.

 

Tale sensazione risulta confermata anche quando si riesce a entrare in contatto con gli ex studenti. Questi, non di rado, rimangono sorpresi dalla chiamata telefonica o da un primo contatto via mail. Quasi si fossero dimenticati del tutto di aver messo a disposizione della scuola i propri dati. È forte nei giovani l’imbarazzo nella risposta. Quasi si domandassero: “Siete sicuri che state cercando proprio me e non vi siete sbagliati?”.

 

Dall’altro lato, l’impressione di chi è alla ricerca di un possibile candidato è quella di essere di fronte allo smarrimento più totale degli ex studenti. Segno, forse, che questi in un giorno di scuola di IV o V superiore sono stati invitati a compilare il proprio cv in modo standardizzato secondo lo schema Europass o poco più. Senza approfondire cosa significhi ricevere una proposta di lavoro o di collaborazione e riducendo la nascita del servizio placement ad una procedura burocratica di compilazione di campi preimpostati secondo un modello di curriculum che arriva dall’Europa e che alle aziende dice poco e niente. Il risultato finale di questa scarsa attenzione? Per un profilo informatico ci sono voluti ben due mesi prima di arrivare a una possibile soluzione.

 

Non va meglio se si guarda all’Università. In questo caso non vi è dubbio che i servizi placement siano di solito ben strutturati e con personale formato e preparato a rispondere alle esigenze di una realtà interessata a conoscere gli studenti in uscita. Le complicazioni qui sono di carattere procedurale.

 

Per poter accedere ai cv, infatti, inizia una lunga sequela burocratica che pare non aver termine. Al di là delle normali e comprensibili esigenze di registrazione in qualità di utenti, spesso i curricula degli studenti non si trovano in formato aperto. Ma occorre fare una prima richiesta specifica. A cui sovente segue – dopo qualche giorno – l’invio o di un aggregato di file pdf quasi illeggibile o di una prima serie di nomi racchiusi in tabelle con le indicazioni dei principali dati. Per arrivare a vedere il cv non di rado, quindi, è necessario un secondo passaggio che consente la visualizzazione di un plafond di curricula. In altre parole, un processo pensato dal Legislatore come semplice e immediato nel corso del tempo si è talmente burocratizzato da scoraggiare anche i più volenterosi.

 

Vista la situazione, non si può non dire che anche ai tempi de “La Buona Scuola” il rilancio dei servizi placement è ancora un vuoto da colmare. La logica, però, non può e non deve essere solo quella degli incentivi – come nel passato – o dei progetti spot. Ma quella di un investimento culturale a lungo termine e senza paura.

 

Dietro alle complicazioni burocratiche sembra nascondersi, infatti, una certa ritrosia delle scuole e delle università nel rilasciare i cv deI PROPRI studenti. Mentre non si capisce come solo con il contatto costante tra istituzioni formative e mondo del lavoro si costruisce quel ponte – il placement – appunto di cui c’è assolutamente bisogno.

 

 

Umberto Buratti

ADAPT Senior Research Fellow

@U_Buratti

 

Scarica il Pdf pdf_icon




PinIt