24 ottobre 2016

Giovani e lavoro: un contributo di analisi e valutazione

Chiara Mancini


Inauguriamo «Giovani e lavoro», una nuova rubrica che accompagnerà i lettori del Bollettino ADAPT nell’approfondimento di una questione per noi cruciale, quella generazionale, nella sempre più difficile transizione dalla scuola al lavoro. 

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Viviamo in un tempo in cui sono stati raggiunti livelli di istruzione, ricchezza e benessere più alti della storia. Tuttavia, ormai da alcuni anni, respiriamo in Italia e in Europa un clima di apatia e negatività. L’Europa ha progressivamente perso la sua capacità generativa di cultura e valori che in passato era stata in grado di produrre progresso economico e sociale. Inoltre, il sistema di norme sociali in cui siamo inseriti non è più coerente: lontani sono gli anni in cui il lavoratore, che produceva valore per la società dal suo posto fisso, era ricompensato non solo da un salario dignitoso che gli permetteva di essere consumatore, ma anche da un sistema di welfare coerente con i cicli e i tempi di vita e di lavoro. Non si tratta di rimpiangere quell’epoca, ma è evidente che è necessario trovare un nuovo equilibrio e recuperare l’ambizione di costruire il futuro.

 

Per farlo non si può che partire dalla serenità economica, generata dalla crescita. Le difficoltà in cui si trovano l’Italia e molti altri paesi europei non sono dovute solo alla crisi attuale, ma soprattutto all’incapacità di cogliere appieno le opportunità della trasformazione tecnologica e produttiva, che invero sembrano essersi sviluppate finora in maniera più timida rispetto ai suoi risvolti negativi. La rivoluzione industriale che stiamo vivendo si caratterizza per una rilevante differenza rispetto alle precedenti: è costituita da continui cambiamenti tecnologici che si avvicendano ad una velocità mai sperimentata prima.

Oggi non è possibile per la produzione adagiarsi su una specifica scoperta tecnologica ed è quindi più facile restare indietro.

Servono menti veloci, adattabili, creative, serve intraprendenza e intuito, per utilizzare utilmente le conoscenze e competenze tecniche. Per questo, i giovani, strutturalmente più adatti a rispondere al cambiamento, sono le persone su cui scommettere per far sì che la trasformazione tecnologica possa apportare benefici alla qualità della vita degli individui e delle collettività, e in generale al progresso delle società: la questione generazionale diventa quindi una questione generale.

 

Tuttavia, è proprio questa la generazione che appare maggiormente paralizzata oggi nel nostro Paese. Bastano alcuni numeri che sono però fortemente esplicativi: l’occupazione giovanile (15-29 anni) in Italia si attesta solo al 28,6%, mentre la disoccupazione e il fenomeno dei NEET (giovani che non studiano e non lavorano) coinvolgono rispettivamente il 29,9% e il 25,7% dei giovani (EUROSTAT). I giovani, quindi, anziché costituire la leva dello sviluppo sono oggi un costo sociale, con tutto ciò che questo implica rispetto al loro livello di fiducia, alla capacità di mettersi in gioco, alla consapevolezza di essere una energia preziosa per la società. L’assenza di un’adeguata azione da parte della politica ha fatto sì che gli effetti negativi del cambiamento dei sistemi produttivi si scaricassero sulla parte meno organizzata della società, precarizzandola e impoverendola economicamente, culturalmente, socialmente. È la prima volta nella storia moderna che una generazione si trova a non migliorare le proprie condizioni di vita rispetto alla generazione dei propri genitori. Le energie positive tipiche dell’età giovanile sopravvivono in alcuni settori della società, soprattutto laddove c’è un ambiente più dinamico e stimolante, ma quante energie vitali sono sacrificate da una situazione di questo tipo? E questo non fa perdere moltissime opportunità di progresso alle nostre società?

 

Senza temere di esagerare, penso che questa dovrebbe essere la principale preoccupazione della politica. È necessario rivoluzionare il sistema di norme che si sono costruite negli anni: le rivoluzioni industriali producono inevitabilmente stravolgimenti, non solo dei metodi di produzione e delle regole giuslavoristiche, ma anche delle norme sociali che essi hanno prodotto, degli spazi e tempi delle città, delle identità e della ricerca di senso. Ma la relazione è bidirezionale: infatti il cambiamento sociale si rende necessario affinché la rivoluzione tecnologica e produttiva possa compiersi fino in fondo, essendo governata e non subita. Per poter produrre una scintilla che faccia ripartire il sistema-paese (e direi il sistema-Europa) i giovani devono essere messi nelle condizioni ottimali per farlo, devono cioè sentirsi: sereni economicamente, inclusi socialmente, attivi civicamente e valorizzati nei loro talenti e individualità.

 

Il presupposto per farlo è un sistema che non lasci indietro nessuno: oggi il 20% dei giovani europei è a rischio di povertà o di esclusione sociale (EUROSTAT). Fenomeni come la dispersione scolastica, la povertà giovanile, l’assenza di mobilità sociale, l’inattività di alcuni giovani (i cosiddetti NEET) devono essere annientati, perché soffocano importanti energie che, se intrappolate in una situazione di disagio sociale, potrebbero entrare in un circolo vizioso difficile da interrompere. Solo da questa base si può poi alzare il tiro, strutturando politiche che permettano ai giovani di dare il proprio contributo originale, di attivare e sviluppare i talenti.

 

Per raggiungere obiettivi così ambiziosi serve, però, una vera e propria rivoluzione nel sistema delle politiche che governano la vita dei giovani, dall’istruzione alla fase di transizione scuola-lavoro, dalla stabilità economica e contrattuale alle politiche sociali, dalle politiche di sostegno al reddito alle politiche attive del lavoro. Servono condizioni di lavoro non solo decorose ma incentivanti: retribuzioni più alte, contratti stabili o che riescano a garantire percorsi di carriera appaganti. Serve un sistema di politiche passive integrato a doppio filo con quello delle politiche attive, che siano in grado di sollevare le situazioni di disagio sociale e nello stesso tempo liberare le potenzialità creative di questa generazione. Servono politiche del reddito e abitative che consentano di uscire presto dalla casa dei genitori: senza negare il valore della famiglia in un paese come il nostro, il fattore culturale per cui ci si sente sempre sotto l’ala protettiva di qualcuno non dovrebbe soffocare l’intraprendenza. Ancora prima, serve un sistema di istruzione rivoluzionato, che sappia formare cervelli in grado di apportare attivamente il proprio contributo alla società, e questo è possibile solo se già nella scuola i ragazzi svolgono un ruolo attivo. Serve in generale, una risposta all’incertezza di ingresso nel mercato del lavoro e nelle carriere, da cercare in un diverso sistema di welfare.

 

In definitiva, per rispondere al clima di apatia e negatività, varrebbe forse la pena scommettere su una generazione che l’energia positiva va a cercarla in giro per il mondo. Con questa rubrica, vogliamo contribuire, nel nostro piccolo, attraverso lo studio della situazione dei giovani in Europa e delle politiche che vengono messe in campo a diversi livelli. Pensiamo che sia importante approcciarsi a questo tema con un occhio analitico e disincantato, offrendo ai lettori non l’ennesima voce sulle etichette da affibbiare ai giovani, ma una lettura del fenomeno scientifica ed approfondita. D’altra parte, non è di nostro interesse entrare nelle particolarità che contraddistinguono vari campi di studio afferenti al tema giovani e lavoro. L’obiettivo della rubrica è provare a fornire un approccio sistemico e interdisciplinare per la lettura di una condizione che è più della somma dei singoli temi che la compongono e che, per essere affrontata, richiede un vero e proprio cambio di paradigma.

 

Chiara Mancini

Apprendista di ricerca, ADAPT Junior Fellow

@_ChiaraMancini

 

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