Giannino: Renzi deve “scegliere” tra Poletti e Alfano

Pietro Vernizzi (Ilsussidiario.net, 4 settembre 2014)


Oggi il Jobs Act ritorna in commissione Lavoro al Senato per l’esame della legge delega. A dividere la maggioranza è soprattutto il nodo dell’articolo 1 8, rispetto a cui sono sul tavolo due proposte di legge contrastanti. Da un lato si schierano Nuovo Centro Destra, Scelta Civica, Popolari per l’Italia e Svp, che chiedono di sostituire l’obbligo di reintegro con l’indennizzo economico anche dopo i tre anni di prova previsti dal contratto a tutele crescenti. Dall’altra il Pd chiede invece che al termine dei tre anni “di prova”, il datore di lavoro debba scegliere se assumere il dipendente. In caso positivo, a quel punto varranno le tutele dell’articolo 1 8 rimaste in piedi dopo la riforma Fornero. Abbiamo chiesto a Oscar Giannino, giornalista economico, di spiegarci qual è la vera posta in gioco di questa partita.

 

Giannino, quali sono le vere sfide per quanto riguarda il Jobs Act?

Quella sul lavoro è, di tutte le riforme in campo in questo momento, la sfida più importante. Da questo punto di vista è essenziale che il contratto di inserimento a tutele crescenti non sia concepito come qualcosa che tenda a sostituire né i contratti a tempo determinato né l’apprendistato. Gli effetti che possono derivare sull’economia dal contratto a tutele crescenti sono molto più rilevanti di qualunque modifica sull’articolo 18.

 

Lei ritiene che si debbano privilegiare i contratti a tempo indeterminato rispetto a quelli a termine?

L’esperienza di questi anni, dalla riforma Fornero in poi, documenta che voler imporre alle imprese in modo dirigistico il rafforzamento della componente a tempo indeterminato è qualcosa che non funziona. In un quadro di domanda e di bassi investimenti le imprese non ragionano in questi termini. Abbiamo quindi bisogno di fare coesistere il contratto a tutele crescenti con la svolta di flessibilità introdotta dal decreto Poletti, senza fornire un segnale contrastante. Negli ultimi anni l’80% delle nuove assunzioni è avvenuto con contratti a tempo determinato, anche se oltre l’80% dello stock dei 1 6 milioni di dipendenti in Italia sono a tempo indeterminato.

 

Qual è quindi il vero nodo da sciogliere?

La vera emergenza non riguarda tutti i lavoratori, bensì le giovani generazioni che abbiamo lasciato solo con il tempo determinato, per i quali la risposta è appunto il contratto a tutele crescenti. L’apprendistato, anche dopo la riforma Poletti, stenta ad avere il rilievo che meriterebbe come canale prioritario per l’inserimento nelle aziende in affiancamento a una buona riforma dell’istruzione secondaria superiore tecnica.

 

Lei è a favore di un’abolizione dell’articolo 18?

Un aumento dell’offerta di lavoro da parte delle imprese può essere determinato molto di più da una scelta chiara e netta su che cosa debba essere il contratto di inserimento, il sostegno al reddito e la riforma del collocamento. Rispetto a questi che sono i veri problemi, trovo del tutto inutile e controproducente intestardirsi sull’articolo 1 8 che pure io preferirei sostituire con gli indennizzi proposti da Ichino.

 

Secondo lei che cosa c’è dietro l’agenda dei mille giorni lanciata da Renzi dopo sei mesi di governo?

Negli ultimi incontri con Renzi, Napolitano gli ha spiegato che il governo deve avere un orizzonte di tre anni. Per il Quirinale, v a del tutto esclusa l’ipotesi di elezioni nel 201 5 che pure piacerebbe a Renzi. Visto

il temperamento del premier, mi domando però se viv a questa scadenza più lunga con la stessa passione che lo ha animato nei primi sei mesi di governo. Personalmente però ritengo che ascoltare le indicazioni di Napolitano, per il presidente del Consiglio possa rappresentare una fase di maturazione dalla quale non può venire che un bene. Per vincere questa sfida il governo deve però superare un suo punto di debolezza.

 

Quale?

Occorre una squadra di tecnici veri che affianchi i ministri e li aiuti a risolvere il problema del coordinamento dei provvedimenti, che è stata la nota dolente di questi primi sei mesi. La conseguenza sotto gli occhi di tutti sono misure affastellate e imprecise e la consultazione tra i ministri che non funziona, tanto che come è successo con lo Sblocca Italia a poche ore dai consigli di governo i testi di legge si rivelano incoerenti, al punto che il Quirinale deve intervenire tutte le volte.

 

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