20 ottobre 2014

Garanzia Giovani e risultati: enough with games!

Giulia Rosolen


Si è conclusa da poche ore la conferenza organizzata dall’Unione europea sulla Garanzia Giovani a Roma. L’ennesima. Il paradosso è che questa volta l’attenzione era concentrata sui risultati. C’è da chiedersi quali. Quanto al nostro Paese, sui risultati, infatti, c’è ben poco da dire, se non che non ce ne sono. Ve lo confermeranno i 183.188 ragazzi che si sono iscritti al portale nazionale e che sono ancora alla porta ad attendere una risposta che non arriva, o le aziende a cui la convenienza di questo piano non è chiara e che vedono in esso solo l’ennesima scatola vuota. Ma nessuno ascolta le loro voci. Ai convegni, i veri protagonisti, non vengono invitati. Si continua a parlare di loro, ma troppo poco con loro.

 

#Maqualegaranzia #Maqualirisultati

 

Il nostro Paese non dispone di un sistema adeguato di monitoraggio e valutazione delle politiche occupazionali. Il caso Garanzia Giovani porta alla luce, quello che abbiamo cercato per anni di tenere sotto il tappeto, la nostra incapacità di orientare e calibrare l’azione regolatoria ai risultati. Eppure la Raccomandazione europea impegna chiaramente gli Stati Membri a monitorare e valutare le misure sottoposte agli schemi relativi alla garanzia per i giovani, affinche si possano elaborare più strategie ed interventi basati su fatti concreti (cfr. considerando 24).

 

Nel nostro Paese, la portata di questa previsione non è e stata compresa, si è deciso così di “interpretarla” svuotandola di significato. Il monitoraggio sulla Garanzia Giovani, al momento si limita infatti ad un elenco di dati sterili – numero degli iscritti ripartiti per genere, titolo di studio provenienza geografica e numero di colloqui sostenuti – che non consentono nemmeno aggregati nessun tipo di valutazione dei risultati raggiunti.

 

Secondo gli ultimi dati pubblicati nel monitoraggio ministeriale dell’8 ottobre 2014, sono 236.969 i ragazzi che si sono registrati a Garanzia Giovani su un bacino potenziale dichiarato di 2.254.000 (cfr. del piano nazionale di attuazione, pag. 6). Non esattamente un successo. Ad oggi Garanzia Giovani ha raggiunto solo il 10% dei ragazzi per cui è stata pensata. Di questi, peraltro solo una piccola parte solo 53.781 hanno sostenuto il primo colloquio. Per tutti gli altri, che sono la maggioranza, Garanzia Giovani rimane un’illusione. Peraltro di cosa accada a quei 53.781 ragazzi “presi in carico” dopo il colloquio, non sappiamo nulla. Il colloquio di profilatura rimane, infatti, l’ultimo elemento tracciato dal monitoraggio ministeriale, quando invece dovrebbe costituire la prima fase di un processo che in tempi certi dovrebbe condurre a risultati dati e verificabili nel tempo. In nessuna Regione esiste un sistema capace di misurare e dare conto di quante opportunità sono state offerte, in che settori, con che tempi, con quali tipologie contrattuali, a quali soggetti, seppure in tutti i piani regionali di attuazione sia riportata la medesima dicitura in base alla quale le Regioni si impegnano a definire uno «specifico set di indicatori di tipo qualitativo e quantitativo per la valutazione dell’impatto delle misure sul contrasto al fenomeno NEET (in coerenza con la Raccomandazione europea sulla Youth Guarantee) e sui livelli di inclusione socio-lavorativa dei giovani NEET destinatari delle misure». Alcune Regioni si stanno attrezzando, ma alla prova dei fatti nessun risultato è disponibile, né sarà disponibile in tempi brevi. C’è da chiedersi che fine faranno quei 6.000.000 di euro stanziati per il 2014-2015 per azioni di rendicontazione, monitoraggio e valutazione (cfr. piano nazionale di attuazione, pag. 25). Senza un sistema di monitoraggio e valutazione, Garanzia Giovani è solo una bolla di sapone, bellissima da guardare ma destinata ad esplodere per la sua oggettiva inconsistenza strutturale.

 

#Risorse

 

Sul piatto ci sono 1,5 miliardi di euro da investire per rafforzare l’occupabilità dei giovani italiani. Eppure pare che tutto sia fermo, che le risorse siano chiuse in un cassetto.

1,5 miliardi sono una cifra considerevole ma se pensiamo ai costi indiretti dei “neet”, si tratta di poca cosa. Secondo le stime di Eurofound i costi che il nostro Paese sostiene ogni anno per la mancata inclusione dei neet ammontano all’1,7% del Pil, e sono pari a 26,327 miliardi di euro. Si tratta del prezzo più alto pagato in Europa.

 

Il fatto che le risorse a disposizione siano relativamente scarse è solo una parte del problema. Il punto è che gran parte di queste non sono nemmeno disponibili. In molti casi lo stanziamento delle risorse è stato solo “programmato”: la conseguenza è che le Regioni, non avendone disponibilità immediata, non avviano, o avviano solo in parte, le attività previste dai piani.

 

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Un’analisi sulla ripartizione delle risorse tra le diverse misure previste dal Piano nazionale, poi declinate a livello territoriale dalle Regioni, evidenzia come l’allocazione tra le diverse misure non sia in linea con le indicazioni e gli obiettivi comunitari.

Nel complesso le misure sulle quali si è investito di più sono i tirocini – a cui è stato destinato il 21,3% delle risorse complessivamente disponibili – e la formazione – su cui si è investito il 20,3% delle risorse stesse.

 

Entrambe le misure non sono oggi nel nostro Paese operative.

 

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Per quanto riguarda i tirocini, le risorse sebbene sulla carta – almeno in parte – disponili, sono al momento bloccate: continua a mancare un passaggio burocratico tra le Regioni e l’INPS che impedisce alle imprese di poterne fruire immediatamente.

 

Anche per quanto riguarda la formazione, si registra uno stallo. La maggior parte delle Regioni non ha avviato alcuna iniziativa di questo tipo specificamente collegata agli obiettivi di Garanzia Giovani. Quelle più virtuose hanno adottato i bandi e hanno chiuso le prime procedure di aggiudicazione, ma anche qui nulla di operativo. Il rischio è che poi laddove le Regioni prevedano una “remunerazione a processo” e non sia prevista una programmazione dell’offerta formativa coerente ai fabbisogni occupazionali, questi corsi non abbiano l’effetto di aumentare l’occupabilità dei ragazzi e si traducano quindi in uno spreco di risorse pubbliche.

 

Non si registrano risultati migliori nemmeno con riguardo alle altre misure su cui si è scelto di investire. Il 14,7% delle risorse, è stata destinata all’accompagnamento al lavoro, ossia a quel complesso di attività poste in essere dai servizi per il lavoro e funzionali a favorire l’occupabilità dei ragazzi. Anche qui il rischio di black out è elevato soprattutto in quelle Regioni dove ancora oggi manca un sistema di accreditamento capace di garantire una reale cooperazione tra pubblico e privato. Se manca una rete funzionante e cooperativa di servizi per il lavoro operativa è difficile immaginare che queste risorse vengano spese con profitto e sostengano un accompagnamento al lavoro che sia effettivo e non artificiale. Va a questo proposito segnalato che in molte Regioni sono presenti meccanismi che impediscono l’incontro diretto tra domanda e offerta, imponendo alle aziende per godere degli incentivi di passare attraverso gli intermediari che in questo modo beneficiano di un bonus per un’intermediazione che di fatto non hanno realizzato dove l’incontro tra domanda e offerta si sarebbe comunque realizzato a prescindere dal loro intervento.

 

Veniamo al bonus occupazionale a cui sono state destinate il 13,5% delle risorse disponibili. Gli incentivi per le assunzioni collegate alla Garanzia Giovani sono appena divenuti operativi ma i dubbi sulla capacità di influenzare con queste misure davvero le decisioni di assumere delle imprese, sono ben più d’uno. Si tratta infatti di incentivi meno vantaggiosi di altri già esistenti (es. Bonus Letta) non cumulabili ad altri di nuova introduzione (es. incentivi introdotti dalla legge di stabilità) e destinati a raggiungere solo alcune tipologie contrattuali con forti differenze peraltro da Regione a Regione (per esempio la Valle d’Aosta, la Campania e il Piemonte non prevedono alcun tipo di incentivo ed altre come l’Emilia Romagna, il Friuli e la Puglia dove l’incentivo spetta solo per le assunzioni a tempo indeterminato).

 

RAPPORTO DI LAVORO classe di profilazione*
1BASSA 2MEDIA 3ALTA 4MOLTO ALTA
rapporto a tempo determinato la cui durata è pari o superiore a sei mesi e inferiore a dodici mesi € 1.500 € 2.000
rapporto a tempo determinato la cui durata è pari o superiore a dodici mesi € 3.000 € 4.000
rapporto a tempo indeterminato € 1.500 € 3.000 € 4.500 € 6.000

*La profilazione misura la distanza rispetto al mercato del lavoro e quindi il grado di difficoltà a farvi ingresso)

 

Poco o nulla viene destinato al sostegno dell’apprendistato, solo il 4,5% delle risorse complessive. Addirittura alcune Regioni, come il Piemonte, il Veneto, la Liguria, la Sardegna e l’Umbria, hanno deciso di non investire alcuna risorsa su questa misura.

 

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Non stupisce d’altra parte che la Provincia di Trento sia tra le aree territoriali che hanno di più creduto in questa misura vedendo in essa la vera Garanzia Giovani, il vero strumento attraverso il quale realizzare il placement e gli obiettivi della Garanzia Giovani. Non a caso si tratta di un’area con tassi di disoccupazione e di Neet ben al di sotto della media nazionale.

 

Non servono del resto conferenze paneuropee per capire che la strada è l’apprendistato. E’ sufficiente osservare una cartina dell’Europa per capire dove le cose funzionano e dove no.

 

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I tassi più bassi di Neet si registrano in Germania, Austria, Paesi Bassi, Lussemburgo, Svezia e Finlandia. La ricetta magica, è evidente, non esiste, né esistono modelli replicabili, ma esiste un quadro di principi che deve orientare le azioni non tanto sul piano normativo ma su quello culturale. Questi Paesi non hanno posto in essere riforme epocali del lavoro, flessibilizzato i rapporti e liberalizzato i licenziamenti, tutt’altro, hanno agito sulla struttura e sull’infrastruttura del mercato del lavoro, facendola funzionare meglio coinvolgendo nella sua governance a diversi livelli, le parti sociali, gli operatori privati, le istituzioni territoriali, le Scuole e le Università, utilizzando l’apprendistato come leva di placement e politica attiva.

 

Ripartiamo da qui, dai fatti, dai risultati, per dare ai ragazzi e al tessuto produttivo del nostro Paese le chiavi di un futuro diverso che devono poter progettare e costruire assieme. Se non ascoltiamo le loro voci e non li coinvolgiamo nei processi decisionali che li riguardano, perderemo una volta per tutte. Perché se i giovani non hanno sempre ragione, la società che li ignora e li emargina ha sempre torto.

 

Giulia Rosolen

ADAPT Research fellow

@GiuliaRosolen

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