28 novembre 2014

 Corte UE “boccia” l’Italia: la vera lezione che non abbiamo imparato

Alfonso Balsamo


Il 3 settembre è stato presentato dal Governo il documento “La buona scuola” che ha lanciato al Paese una maxi consultazione per la Riforma della scuola italiana. In 136 pagine il Presidente del Consiglio Renzi e il Ministro dell’Istruzione Giannini hanno intenzione di rinnovare la scuola italiana nel suo complesso e consentire a famiglie e studenti di ritrovare fiducia nel nostro sistema educativo. Non mancano tuttavia aspetti critici, così come evidenziato da Giuseppe Bertagna in La buona scuola di Renzi tra i paradossi di Zenone e di Antistene (in Bollettino ADAPT, 8 settembre 2014)

 

Tra i 12 punti del documento un intero capitolo è dedicato al collegamento tra scuola e lavoro, il numero 5, che si ispira sostanzialmente al modello tedesco e agli strumenti che l’Europa ha riconosciuto come più efficaci nella lotta alla disoccupazione giovanile. Si ritrovano temi come alternanza scuola-lavoro, apprendistato sperimentale, botteghe e imprese didattiche, laboratori, stampanti 3D e FabLab, Erasmus Plus. Si tratta di strumenti di collegamento scuola-lavoro che nella maggior parte dei casi riprendono indirettamente esperienze formative nate nel territorio, “dal basso”, molte delle quali provenienti da associazioni di rappresentanza delle imprese (come Federmeccanica per il tema dell’alternanza scuola-lavoro); da imprese stesse (come Enel per la sperimentazione dell’apprendistato di terzo livello nelle scuole superiori); oppure da esperienze formative di successo (come la “Piazza dei Mestieri” sul tema della formazione professionale). Tutta una serie di ispiratori silenziosi mai esplicitamente citati in un testo che, ad una prima e superficiale lettura, sembrerebbe splendere di luce propria.

 

La proposta più incisiva del capitolo 5 riguarda i percorsi di alternanza obbligatoria negli istituti tecnici e professionali che passerebbero da 100 a 200 ore annuali. Con un finanziamento che salirebbe dagli 11 milioni attuali a circa 75 milioni. Uno sforzo finanziario  che allargherebbe la quota di studenti di scuola superiore che fanno alternanza (il 9%) ma che ha bisogno delle aziende per essere definitivamente concretizzato, come nello stesso documento si ammette. Alle imprese si chiede inoltre di contribuire a potenziare i laboratori scolastici con sgravi fiscali e di co-progettare le filiere formative, tra cui i Poli Tecnico-Professionali e gli ITS. Positivi anche i riferimenti alla sperimentazione dell’apprendistato, su cui però bisognerà vedere l’effettiva applicazione del Decreto Carrozza, e la legittimazione della “Impresa Didattica Formativa” che permetterà alle scuole di commercializzare beni e servizi finalizzati all’attività didattica.

 

Più in generale nella parte del testo ribattezzata “Fondata sul lavoro” emerge l’esplicita intenzione del Governo di avvicinarsi ad una “via italiana al sistema duale”, così come più volte avevano già dichiarato il Ministro Giannini e il Premier Renzi. Meglio tardi che mai: l’Europa ha infatti da tempo riconosciuto nel sistema duale la migliore pratica per l’evoluzione dei sistemi scolastici degli Stati membri ed ha confermato questo orientamento con il varo della European Alliance for Apprenticeships (Lipsia, 2 luglio 2013): una dichiarazione comune che ha coinvolto Commissione Europea, il Consiglio dei ministri europei e rappresentanti delle imprese e sindacati (in particolare BusinessEurope ed ETUC). Nell’Alleanza gli Stati membri riconoscono il valore del sistema duale e si impegnano a riformare i loro sistemi con una serie di azioni concrete: lo hanno già fatto finora paesi come Spagna, Croazia e Irlanda. L’Italia invece, pur aderendo all’Alleanza, non ha firmato nessuna dichiarazione di impegno esplicito e il documento europeo non è nemmeno citato nel testo delle linee guida, quasi a non riconoscerne l’importanza.

 

Eppure con l’Alleanza imprese e sindacati sono diventati parte integrante di una procedura legislativa. Non era mai successo in Europa che le parti sociali co-firmassero una dichiarazione comune ed è significativo che sia avvenuto per l’apprendistato. Per l’Unione il collegamento scuola-lavoro è dunque altamente strategico e richiama la responsabilità di tutti gli attori economici e sociali. Un punto di non ritorno nelle politiche  comunitarie che, come confermano gli studi del Cedefop, mirano a proiettare i sistemi educativi europei verso la formazione di un capitale umano sempre più competitivo grazie a competenze di alto livello.

 

Se dunque in Italia le parti sociali e le imprese ispirano le riforme ma restano nascoste, in Europa il loro ruolo (anche normativo) è riconosciuto e ben definito. E mentre l’Europa chiede impegni normativi per il sistema duale, l’Italia si limita a documenti programmatici. A prescindere dall’elenco di strumenti noti, che le parti sociali e l’Europa propongono da tempo, anche sul tema scuola-lavoro  il documento lascia dubbi sulla realizzabilità delle proposte riportate. La questione è giuridica oltre che finanziaria: la futura Riforma dovrebbe semplificare e ri-ordinare decenni di proliferazione normativa e di appesantimenti burocratici, di progetti e iniziative rimasti solo su carta. C’è da risolvere ad esempio la questione del riparto di competenze tra Stato e Regioni che su temi come l’apprendistato e la formazione professionale ha creato una situazione disomogenea e frammentaria. Vanno inoltre affrontati problemi come la sicurezza degli studenti in alternanza o l’eccessiva complessità delle procedure di raccordo scuola-impresa. Ma finora “La buona scuola” è solo una lunga raccolta di greatest hits che cita poche fonti e sembra immune da un percorso legislativo e da una ponderazione finanziaria all’altezza del gravoso compito del Governo.

 

Le ridondanze, le frasi a effetto, gli hashtag, i colori sgargianti e i riferimenti a innovatori come don Bosco, don Milani, Montessori, Malaguzzi sono impostati per una resa “politica” e finalizzata al consenso. E mentre si resta in attesa quantomeno di un disegno di legge, il dibattito rimane focalizzato sulla prevista assunzione di 160mila insegnanti “precari”, mentre la vera urgenza, che la neo-nominata Commissione Europea continua a richiamare, è riformare il sistema educativo al fine di un maggiore collegamento tra scuola, produzione e lavoro. Va ricordato che, come confermato dall’ultimo Rapporto OCSE Education at Glance, l’autoreferenzialità della scuola è riconosciuta come principale causa della disoccupazione giovanile. In Italia più che in altri paesi.

 

Servirà dunque un testo normativo e la collaborazione di tutti, in particolare delle parti sociali, per mettere in piedi una Riforma vera, che sia davvero europea. Tra slogan e realtà “La buona scuola” sarà possibile soltanto quando si passerà da un bel documento da leggere a un buon documento di legge. Su questo l’Alleanza Europea per gli Apprendistati è un modello da seguire.

 

Alfonso Balsamo

Scuola internazionale di Dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT-CQIA, Università degli Studi di Bergamo

@Alfonso_Balsamo

 

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